Nuovi PIR al palo: successo difficile per 4 ragioni

20 Maggio 2019, di Alessandra Caparello

Appare altamente improbabile che i nuovi PIR, ammesso che nascano, possano avere un successo analogo alla prima versione. Così afferma Marco Rosati, AD di Zenit SGR secondo cui con i nuovi Piani Individuali di risparmio, il legislatore abbia voluto intervenire per indirizzare una quota maggiore del patrimonio dei PIR verso le aziende italiane di piccole o anche piccolissime dimensioni, introducendo l’obbligo di destinare una quota non residuale a investimenti in strumenti finanziari trattati su mercati quali l’AIM e in fondi di Venture Capital. Ma secondo l’esperto ci sono ben quattro ragioni per cui nella pratica tali norme non sono applicabili.

Le quattro ragioni per cui i nuovi PIR non decolleranno

In primis concedere un beneficio fiscale sugli investimenti a favore di una certa tipologia di aziende deve
rispettare le direttive europee in tema di aiuti di stato e nel caso specifico la normativa 2014/65/UE che riguarda società che devono rispondere a requisiti molto stringenti in termini dimensionali e di
capitale ricevuto ed essere operative da pochi anni, oltre alle modalità di effettuazione di tali
investimenti e attualmente sull’AIM si contano pochissimi titoli emessi da “PMI ammissibili” e per
poche decine di milioni di capitalizzazione.

Poi, dice Rosati, visto che anche i fondi di Venture Capital, per essere “ammissibili” devono investire in PMI con le stesse caratteristiche dimensionali, di volume d’affari, di anni di operatività, si rischia una notevole sovrapposizione e una concorrenza sulla stessa tipologia di aziende. Poi dover dedicare una quota minima del 7% degli investimenti in strumenti poco liquidi o totalmente illiquidi rende complesso e probabilmente impraticabile poter utilizzare i fondi comuni aperti, strumento principe per semplicità, trasparenza, importi minimi di sottoscrizione, per realizzare i nuovi PIR. Infine siccome la quota del 7% deve inoltre essere investita in strumenti di “equity o quasi equity”, considerando che degli attuali PIR solo una quota attorno al 30% è rappresentata da azioni, appare evidente il peso eccessivo della componente azionaria che andrebbe allocato su questi strumenti.

Considerando questi fattori di rischio, l’esperto indica come soluzione per realizzare un prodotto idoneo a soddisfare le nuove disposizioni il Fondo Chiuso Non Riservato, ossia gli ELTIF (European Long Term Investment Fund). In settimana il Parlamento discuterà il decreto crescita che contiene il bonus fiscale agli Eltif, ossia una detrazione del 30% per le persone che investono in questi fondi chiusi che investono nelle piccole e medie imprese.