UniCredit, Orcel presenta il pomo della discordia con il Mef su Mps. Ora addio a Siena e anche alla Turchia
Dopo tante indiscrezioni sul motivo per cui le trattative tra UniCredit e il Tesoro maggior azionista di Mps sono saltate, è Andrea Orcel in persona a presentare, alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario presieduta da Carla Ruocco, il Pomo della discordia che ha reso insanabile la frattura tra le controparti: il capitale in più che lo Stato avrebbe dovuto iniettare nelle casse del Montepaschi. La cifra è stata riportata oggi da Il Messaggero e da altri quotidiani, sulla base della risposta che il numero uno di Piazza Gae Aulenti avrebbe dato alle domande che gli sono state rivolte nella parte finale dell’audizione, che è stata secretata. Da segnalare che ieri, in audizione alla Commissione banche, si è presentato anche il numero uno del Monte dei Paschi, l’AD Guido Bastianini, che ha dato qualche informazione anche sull’imminente nuovo piano industriale, che sarà la base su cui partiranno i nuovi negoziati con la Commissione europea, volti a concedere allo Stato italiano più tempo per l’uscita dal capitale di Mps. (la scadenza della permanenza del Tesoro era stata fissata per la fine di quest’anno.
“Ecco l’ultima proposta fatta da Andrea Orcel – scrive il Messaggero – Aumento di capitale a carico del Mef di 6,3 miliardi per il perimetro allargato, cioè l’intero gruppo, comprendente Capital Services, factoring, leasing e Consorzio operativo, senza Npl, rischi legali e 7 mila esuberi”. Ma il Tesoro ha detto no.E a questo punto, Andrea Orcel è pronto a lasciarsi alle spalle il caso Mps, come lui stesso aveva indicato: non per niente poche ore dopo è arrivato l’annuncio di UniCredit, tramite comunicato, dell’addio alla Turchia, ovvero della decisione di vendere la quota rimanente del 20% che detiene in Yapi Kredi Bank (YKBNK.IS)- terza banca più grande in Turchia – entro il marzo del 2022.
Così si legge nel comunicato diramato della banca italiana guidata da Andrea Orcel: “A seguito della decisione del Consiglio di Amministrazione di UniCredit di cedere, in tutto o in parte, l’intera partecipazione detenuta in Yapı ve Kredi Bankası (‘YKB’) e dell’invio da parte di UniCredit a Koç Holding A.Ş. (‘Koç’) della notifica relativa all’esercizio del diritto di prelazione, in conformità con l’accordo sottoscritto nel 2019 tra UniCredit e Koç, quest’ultima ha confermato a UniCredit la decisione irrevocabile di esercitare il diritto di prelazione”.”Di conseguenza, Koç acquisterà azioni Yapi Kredi pari al 18% del capitale sociale, per un corrispettivo totale di circa euro 0,3 miliardi al cambio corrente, mentre il rimanente 2% si prevede sia ceduto sul mercato”.
Tornando all’audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, Orcel ha fornito i dettagli delle trattative con il Mef su Mps, sottolineando come UniCredit abbia fatto del suo meglio per giungere a un accordo sul futuro della banca senese.
Non è mancato il commento personale, con cui il banchiere ha ammesso di essere “certamente dispiaciuto sul piano personale per il fatto che questa operazione non sia andata a buon fine, anche come italiano che, nel rispetto del proprio ruolo, crede e sta investendo nel futuro della nostra economia”. D’altronde, già nella conference call indetta per commentare i risultati di bilancio del terzo trimestre e dei primi nove mesi dell’anno, Orcel non aveva fatto nulla per nascondere il proprio rammarico per l’esito negativo dei negoziati.
Allo stesso tempo, come ha spiegato ieri l’AD di UniCredit, quanto è emerso nel corso delle trattative tra su Mps “è stato che, al netto di normali scostamenti dovuti a singole poste, l’ammontare di capitale necessario per dare esecuzione all’operazione coerentemente con quanto concordato nel termsheet era più significativo di quanto il Mef si aspettasse”. Ed “era ben noto ad entrambe le parti sin dall’inizio che l’operazione sarebbe stata possibile solo previo un ulteriore apporto significativo di capitale in Mps“.
La buona fede e l’impegno delle controparti non sono state messe comunque in dubbio: “Sia UniCredit che il Ministero dell’Economia e delle Finanze hanno avviato e condotto i negoziati con l’obiettivo di raggiungere un accordo soddisfacente per tutte le parti coinvolte ed una notevole quantità di tempo, impegno ed energia sono stati profusi da entrambi”. Tuttavia, a causa di “circostanze fattuali non è stato purtroppo possibile perfezionare un accordo nonostante le discussioni e gli approfondimenti condotti negli ultimi mesi”. A tal proposito, l’AD di Piazza Gae Aulenti ha ricordato i “principi definiti” nel termsheet di luglio, quando era arrivata la notizia ufficiale delle trattative in corso con il Tesoro: principi che erano stati messi in chiaro fin da subito. Tra questi, la condizione imprescindibile della neutralità dell’operazione rispetto alla posizione di capitale del gruppo su base pro forma, il significativo accrescimento dell’utile per azione dopo aver considerato le possibili sinergie nette dell’operazione ed in ogni caso il mantenimento dei livelli attuali di utile per azione anche prima di tener conto delle possibili sinergie al 2023″ . Ma anche l’esclusione di contenzioni straordinari, l’esclusione dei crediti deteriorati e l’accordo sulla gestione del personale e altre precondizioni su cui Orcel aveva chiarito di non poter cedere.
Alla fine, parola dell’AD, è emerso che “raggiungere un accordo a condizioni non coerenti con i presupposti concordati non sarebbe stato nell’interesse di UniCredit e dei suoi azionisti e, a mio avviso, anche della stabilità del sistema bancario nazionale”. D’altronde, si parla di una banca “con la posizione patrimoniale più debole di tutte le banche Ue”, come era emerso dagli stress test. Non solo: il suo rilancio “ancora in corso appare soltanto avviato”. E cosa dire del peccato originale del Montepaschi, quell’abbraccio mortale con la politica, che ne ha macchiato in modo forse irrimediabile la reputazione? Il ceo non ha indorato la pillola, facendo notare la presenza di “una diffidenza che da lungo tempo circonda qualsiasi operazione” su Mps, e del timore che banca finisca per cedere a logiche politiche, più che di mercato.
A dare la sua versione su come sono andate le cose, è stato negli ultimi giorni anche, ovviamente, il diretto interessato, ovvero il Tesoro, con il numero uno di Via XX Settembre Daniele Franco che, nel corso della conferenza stampa indetta per commentare la legge di bilancio per il 2022, ergo la prima manovra Draghi, si è così espresso: “Non siamo disposti a cedere Monte dei Paschi di Siena a qualsiasi prezzo e in qualsiasi modo.
Con la banca guidata da Andrea Orcel, aveva fatto notare Franco, si è presentato “un divario tra ciò che Unicredit voleva ottenere e ciò che noi come governo eravamo disposti a dare, e il divario era sull’entità dell’aumento di capitale ma anche e soprattutto sul valore del ramo d’azienda, cioè su quante quote di Unicredit il governo italiano avrebbe ottenuto”. Ancora prima era arrivata la versione di Orcel, per cui la finestra è ormai chiusa.
D’altronde, l’M&A non è certo in cima ai pensieri del ceo, come ripete lui stesso da mesi.
“L’M&A è importante, ma siamo concentrati sulla massimizzazione dei nostri ritorni”, ha detto in occasione della conference call recente con gli analisti sul bilancio della banca. Ok alle operazioni di M&A, insomma, ma “alle giuste condizioni”. Ribadita la convinzione secondo cui “l’M&A non è qualcosa di fine a se stesso, ma un acceleratore”. “Il mio lavoro è creare valore in qualsiasi modo, al momento vedo maggiori possibilità di farlo attraverso la crescita organica”, ha sottolineato il banchiere, puntualizzando che “abbiamo diverse iniziative a cui pensare in Italia, e dobbiamo concentrarsi su di esse al 100%.
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