TIM ostaggio guerra di potere tra Bolloré e Xavier Niel (Iliad)? Il grido dei sindacati su offerta KKR: ‘No a TIM USA e getta’

30 Novembre 2021, di Redazione Wall Street Italia

I sindacati ricorrono a un gioco di parole e dicono no a una Tim ‘USA e getta’, nella mezza giornata di mobilitazione, durata dalle 10 alle 13, davanti al Mise, a Roma, e anche in tutta Italia, organizzata per le preoccupazioni che la proposta del fondo americano KKR sull’intero gruppo ha alimentato.

La paura che il gruppo di tlc italiano finisca nelle mani del fondo (per l’appunto) USA di private equity KKR è palpabile. E’ lunedì (ieri, 29 novembre 2021) e la mobilitazione era attesa. In una intervista all’agenzia Adnkronos, il segretario generale del Sindacato della Comunicazione Slc Cgil, Fabrizio Solari, dice le cose così come stanno: “La scelta obbligata per il futuro di Tim era all’interno di una scelta di politica industriale che il passato governo aveva in qualche modo avallato – con lettere di intenti fra Cdp, Tim e Open Fiber nell’agosto del 2020 – e quindi, di lì in avanti, l’azienda si era predisposta ad una soluzione che era stata individuata e che corrispondeva a due parametri principali: quello di rispondere ad un programma del Paese, cioè dotarci di una rete di nuova generazione in grado di soddisfare tutte le esigenze del Paese, e l’altro aspetto era di trovare una sistemazione anche dal punto di vista industriale ai 40mila dipendenti di Tim. Che succede ora?”. Solari ricorda che “sia in Germania che in Francia, dove il monopolio della rete è in mano a Orange, è stata mantenuta la presenza significativa dello Stato mentre in Italia no. In Italia si è permesso a Bolloré, con capitale francese, di arrivare alla soglia dell’Opa e oggi è l’azionista più importante di Tim con circa il 24% del capitale”.

La paura dei sindacati è il rischio dell’emorragia di posti di lavoro in TIM: il Sole 24 Ore parla di “potenziali esuberi in Italia per 15-20mila unità” . La politica non fa mistero delle preoccupazioni per il destino dell’azienda, finita nel mirino del fondo americano che, importante ricordarlo, non è un fondo speculativo, ma un investitore di lungo termine: KKR ha messo sul piatto, in base a quanto annunciato dallo stesso gruppo di tlc, , giocando con le parole per sensibilizzare sulla vicende Tim, oggetto della manifestazione d’interesse del fondo americano Kkr, pronto a lanciare un’Opa sull’intero gruppo per 0,505 euro per azione ordinaria o risparmio. Finora l’Opa, dunque, non c’è ancora: quello che c’è è, come si legge nel comunicato diramato da Telecom Italia il 21 novembre scorso, una “manifestazione d’interesse, come detto non vincolante e basata su informazioni di pubblico dominio”, “soggetta alla condizione del raggiungimento della soglia di adesione minima del 51% del capitale sociale di entrambe le categorie azionarie”. Una manifestazione di interesse che “è stata qualificata da KKR ‘amichevole’ e aspira ad ottenere il gradimento degli amministratori della Società e il supporto del management. Essa è, allo stato, condizionata tra l’altro allo svolgimento di una due diligence confirmatoria di durata stimata in quattro settimane, nonché al gradimento da parte dei soggetti istituzionali rilevanti”.

Non è un’Opa ma, per la natura dell’azienda target, la proposta ha già sconvolto il management di Tim, diventata ufficialmente il nuovo dossier di Borsa che scotta sulla scrivania di Mario Draghi, accanto al dossier infinito che porta il nome di Mps-Monte dei Paschi di Siena.

Telecom Italia vede come azionisti di maggioranza il colosso francese delle telecomunicazioni Vivendi – che ultimamente non ha fatto nulla per nascondere la sua delusione per la performance del gruppo – con una quota del 24% circa, e Cassa depositi e prestiti (CdP), secondo maggiore azionista, con una partecipazione del 9,8%. Negli ultimi giorni le novità in Tim non sono mancate: l’ultima è l’addio dell’amministratore delegato Luigi Gubitosi, la cui testa i francesi di Vivendi comunque avevano chiesto da un bel po’, anche prima della proposta del fondo americano. Il cda straordinario di venerdì scorso ha sancito la fine dell’era Gubitosi e ha anche avviato le attività per l’esame della manifestazione d’interesse non vincolante di KKR” attraverso la costituzione di un comunicato ad hoc.

Finora il governo Draghi non si è messo certo di traverso agitando l’arma del golden power, mostrandosi possibilista nei confronti di KKR, pur ponendo tre precisi paletti, che sono stati illustrati dallo stesso presidente del Consiglio, qualche giorno fa. Detto questo, politica made in Italy e made in France a parte, c’è da dire che una eventuale vendita di TIM al fondo americano è stata accolta con molta cautela anche dall’agenzia di rating Fitch, che di politica non ha nulla.

Intanto salta fuori che nel board di KKR c’è il francese Xavier Niel, fondatore di Iliad, proprio l’operatore telefonico pronto a sbarcare nel mercato del fisso in Italia, fattore che, come riporta oggi il Sole 24 Ore, ha fatto subito drizzare le antenne in Francia:

«L’ombra di Xavier Niel» ha riportato nelle ultime ore un take dell’agenzia Agefi-Dow Jones. «L’arrivo di Kkr sul dossier (Tim) ha riavviato le speculazioni sull’interesse di Xavier Niel in Telecom Italia. Il fondatore e primo azionista di Iliad, società delistata quest’estate, aveva acquisito una partecipazione in Telecom Italia nel 2015». Niel, ha aggiunro il take, è anche nel board di Kkr dal 2018 e «non commenta».

Il quotidiano di Confindustria ha riportato anche quanto scritto dal sito di Bfm Business, primo canale di notizie economiche in Francia, che ha parlato senza peli sulla lingua di “duello a distanza fra Vincent Bolloré (magnate bretone che controlla Vivendi, il colosso media francese primo azionista di TIM con una quota del 24% circa) e Xavier Niel in Italia”.Così La Stampa:

“I media parigini insistono sulla possibilità che proprio Niel potrebbe approfittare dell’eventuale presa di Tim da parte di Kkr per mettere, in un secondo tempo, a fattor comune Iliad e la Telecom depurata della rete. È il consolidamento, bellezza. Uno scontro su più livelli: Niel, amico di Macron, segnerebbe un punto importante su Vincent Bolloré, che in patria appoggia l’estrema destra”. In bae a questo scenario, insomma, il business dei servizi di Telecom Italia potrebbe diventare una costola di Iliad, mentre la rete scorporata verrebbe offerta a CdP, che sta per diventare tra l’altro azionistra di Open Fiber al 60%.

Così la nota odierna di Equita SIM: “Il Sole evidenzia un possibile scenario di consolidamento sul lato dei servizi, con Iliad interessata a TIM ServiceCo. L’ipotesi speculativa nasce anche dal fatto che il fondatore di Iliad Niel è nel Board di KKR. Non si tratta di una tesi inverosimile a nostro avviso visto che Niel aveva provato a costruire una posizione in TIM in passato (prima dell’ingresso di Iliad in Italia a dire il vero), per l’interesse di Iliad per la rete fissa e per il business corporate e per la maggiore apertura dei regolatori a un consolidamento nel mercato. Potrebbe rappresentare l’exit più interessante di KKR dalla ServiceCo, mentre sulla NetCo l’exit sarebbe verso un’integrazione con Open Fiber in un operatore wholesale only. Si tratta di ipotesi però non nuove, in quanto erano circolate nei giorni scorsi e riprese in un articolo di l’Agefi ieri mattina. La Stampa ipotizza invece una possibile mossa di Vivendi e CDP per cambiare il CdA. Un accordo tra i due soci non appare scontato vista la posizione del governo sul deal KKR e implicherebbe un obbligo di OPA, per cui lo vedremmo fattibile solo con un terzo socio finanziario pronto a supportare l’operazione. Una cosa è certa: ci vorrà ancora un po’ di tempo per conoscere il piano di KKR, visto che il cda straordinario di TIM si è limitato a rendere nota la formazione di un comitato ad hoc per valutare la manifestazione di interesse. La due diligence del fondo americano non è ancora partita: e come minimo, per l’Opaa ufficiale di KKR, ci vorrà almeno un mese, visto che il fondo ha chiarito che presenterà una offerta vincolante su TIM soltanto al termine della due diligence.