Petrolio, Morgan Stanley: a questi livelli provocherà la distruzione della domanda

30 Settembre 2021, di Redazione Wall Street Italia

“I prezzi del petrolio si sono disconnessi dal costo marginale dell’offerta e stanno viaggiando a un livello in cui si manifesta la distruzione della domanda, livello che noi stimiamo a $80 al barile”. Così scrivevano gli analisti di Morgan Stanley, a giugno. Questa settimana, gli stessi hanno confermato il commento: “Questa rimane la nostra tesi“.

Detto questo, hanno precisato gli esperti, “il prezzo in corrispondenza del quale la distruzione della domanda si presenta può essere diabolicamente difficile da stimare“.

Per ora, dunque, “lasciamo le nostre proiezioni sui prezzi invariate ma riconosciamo che, sulla base dei trend attuali, il margine di rialzo al nostro scenario bullish fino a $85 al barile ovviamente esiste”.

Lo scorso martedì, i prezzi del Brent crude hanno  superato per la prima volta dal 2018 la soglia di $80 al barile, per poi ritracciare nelle sedute successive, così come ha fatto il contratto WTI.

Tuttavia, l’outlook sui prezzi rimane promettente, a causa del fenomeno del Global Energy Crunch  che si sta manifestando in questo periodo post pandemia, e con l’arrivo dell’inverno.

Alcuni esperti, come quelli di Morgan Stanley, anticipano però anche una distruzione della domanda, che si verificherebbe nel momento in cui i prezzi del petrolio salissero a livelli tali da frenarne le richieste.

La divisione di ricerca del colosso bancario americano prevede allo stesso tempo una riduzione dell’offerta globale di petrolio, stimando in media un calo delle scorte, al giorno, pari a 3 milioni di barili, rispetto alla flessione delle scorte di 1,9 milioni di barili che aveva previsto nei mesi precedenti.

“Questi cali (delle scorte) sono elevati e suggeriscono che il mercato è molto più sfornito di quanto generalmente percepito”, hanno scritto gli analisti di Morgan Stanley Martijn Rats e Amy Sergeant.

Dal canto suo Citigroup prevede un deficit di bilancio pari a 1,5 milioni di barili al giorno in media nell’arco dei prossimi sei mesi, anche con i continui aumenti della produzione. A tal proposito, la prossima settimana l’Opec + – paesi appartenenti all’Opec e non, come la Russia – dovrebbero confermare il piano di aggiungere altri 400.000 barili al giorno all’output di novembre.

Dello stesso avviso Stephen Brennock, analista senior presso PVM Oil Associates, società con sede a Londra, che cita anche i problemi a cui sta facendo fronte la Cina. “I problemi economici della Cina stanno gettando un’ombra sulla domanda di petrolio e, di conseguenza, sull’outlook dei prezzi”. Secondo Brennock, i prezzi energetici più alti si tradurranno in una inflazione più alta, che di per sé rappresenta una minaccia significativa per la domanda.

“I prezzi del petrolio in aumento sono tra i principali fattori che scatenano l’inflazione – ha scritto Brennock in una nota recente – E im eventuale peggioramento dell’inflazione farà da freno a una ripresa economica fragile e ai consumi di petrolio. E questo ci porta direttamente al problema della distruzione della domanda”.