Mps, UniCredit il ‘cavaliere bianco’ che raddoppierà gli esuberi? A rischio 6000 dipendenti, più della metà del piano stand-alone

24 Agosto 2021, di Redazione Wall Street Italia

Quel salvataggio di Mps che il cavaliere bianco UniCredit si appresta – forse – a fare, si rivelerà alla fine la tanto temuta macelleria sociale paventata dal mondo dei sindacati e dal sindaco di Siena Luigi Mossi? Le continue voci di esuberi fino a 6.000 unità non fanno dormire politici e soprattutto i dipendenti della banca più vecchia del mondo. Il timore è che alla fine UniCredit di Andrea Orcel, nel rilevare la parte buona del Monte di Stato, finisca per lanciare una sorta di manovra di lacrime e sangue.

Quel piano industriale  di Mps 2021-2025, d’altronde, sa già di vecchio. Lo stesso ministro dell’economia Daniele Franco, nella sua audizione al Parlamento di inizio agosto, ha sottolineato che “le stime di 2.500 esodi volontari e di 2,5 miliardi di aumenti di capitale vanno riviste verso l’alto“.

Non per niente le indiscrezioni parlano di esuberi, in caso di un accordo con UniCredit, appena attorno ai 6.000 dipendenti, più del doppio previsto nel piano strategico di gruppo. Già l’Ansa riportava alla fine di luglio che “nell’ambito della vendita di Mps a Unicredit l’istituto senese dovrebbe registrare l’uscita, attraverso pensionamenti e prepensionamenti, di 5-6 mila dipendenti, pari a circa un quarto dell’organico della banca, allo scopo di alleggerire la struttura di costi dell’istituto senese”.

“Gli esuberi – in base a quanto riferito all’ANSA in ambienti bancari – verranno finanziati attraverso il fondo esuberi e dovrebbero essere tutti su base volontaria”.

L’agenzia aggiungeva: “Il costo dell’operazione, che rientra nell’ambito dei costi di ristrutturazione che verranno sostenuti dallo Stato per ‘ripulire’ Mps, dovrebbe aggirarsi intorno a 1-1,2 miliardi di euro, ipotizzando un costo medio per dipendente attorno ai 200 mila euro”.

Sul nodo degli esuberi il ministro Franco ha cercato di dare rassicurazioni nel corso della sua audizione al Parlamento di inizi agosto:

“Il governo garantirà la massima attenzione alla tutela dei lavoratori utilizzando gli spazi negoziali e definendo i presidi a tutela dell’occupazione del territorio con una pluralità di strumenti e iniziative. Anche la tutela del marchio rappresenterà una priorità del governo”.

E, di fatto, i costi degli esuberi dovrebbero essere sostenuti dal Tesoro, come ha messo in evidenza Lando Maria Sileoni, numero uno della Fabi, il sindacato dei bancari, sempre nei primi giorni di agosto, dopo che la notizia dell’entrata in data room da parte di Piazza Gae Aulenti aveva già creato scompiglio nel mondo politico, in fibrillazione sul futuro dei 21.000 dipendenti di Mps.

“Io non capisco tanta agitazione su questo argomento – aveva detto il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, intervistato da Rai Radio Uno – Noi abbiamo un ammortizzatore sociale, il Fondo esuberi … consente di prepensionare il personale degli istituti di credito con un anticipo fino a 7 anni: con questo sistema abbiamo prepensionato, su base volontaria, 70.000 lavoratrici e lavoratori, appunto senza licenziamenti”. Questo fondo è finanziato dalle banche, che si fanno ciascuna carico dei propri esuberi fornendo le risorse necessarie al fondo. Nel caso di Mps — ha spiegato Sileoni — sarebbe lo Stato a fornire la dotazione che serve al fondo”.

Così Fabrizio Massaro sul Corriere della Sera lo scorso 17 agosto:

“L’eccesso di personale del relativo costo di assorbimento in Mps è uno dei nodi della trattativa con il governo, in un’operazione che, precisano le stesse fonti, è ancora tutta da costruire e dall’esito non scontato. Le stime di fonte sindacale parlano di poco meno di seimila dipendenti Mps (su 21.388 totali) che maturano i requisiti per il prepensionamento volontario in sette anni, ai quali Unicredit potrebbe aggiungere 1-2 mila suoi dipendenti. Oggi Mps dispone di 1.418 filiali dopo averne chiuso più di 600 negli ultimi anni. Una parte delle filiali al Sud, circa 80, andrebbe a Mcc-Popolare Bari, con relativo personale. Il costo degli esuberi dovrebbe essere sostenuto dal Tesoro nell’ambito del rafforzamento patrimoniale da 2-2,5 miliardi (secondo le stime) propedeutico all’integrazione”.

Sempre in merito alla rete, La Repubblica – in un articolo del 13 agosto scorso, oltre a riportare anch’essa   l’ipotesi di 80-100 sportelli a Mediocredito Centrale, faceva però notare che “dalla Campania alla Sicilia Mps ha ben 345 sportelli, che solo in parte dovrebbero interessare Unicredit: difficile per esempio che voglia la rete in Sicilia (105 agenzie) dove ha già una forte presenza, circa 220 punti, ex Banco di Sicilia. È possibile che una parte di sportelli verrà chiusa”.

Nell’articolo del 21 agosto scorso, sempre La Repubblica ha poi sottolineato che da “Unicredit come dagli advisor (Credit Suisse e Mediobanca per Mps, Bofa per il Tesoro) filtra il più grande pragmatismo sui tagli di personale, stimati in 6 mila unità, e sulla sopravvivenza del marchio bancario più antico del mondo. Per il governo invece questi sono aspetti di rilievo, e vanno declinati nel nuovo ruolo da dare a Siena, alla Fondazione di origine bancaria e alla direzione generale della banca che a Rocca Salimbeni ha 1.800 dipendenti (ma sono oltre 5 mila gli addetti Mps che vi fanno riferimento tra Firenze, Milano, Padova, Mantova, Lecce e Sicilia). Va convinto un territorio recalcitrante che teme lo sradicamento di Mps da Siena, dove tra l’altro il 3 ottobre si gioca la delicata sfida tra centrosinistra e centrodestra, con il segretario del Pd Enrico Letta in corsa alle suppletive del collegio per la Camera”.

Rimane infatti tra i nodi quello illustre che riguarda direttamente Siena e i suoi dipendenti: che fine faranno?

Nelle ultime ore si è parlato anche del nodo del marchio della banca più antica del mondo. La banca che è andata avanti da sola dal 1472, e che ora sembra inevitabilmente destinata a essere fagocitata da UniCredit. Non è detto che le cose andranno così ma, anche nel migliore dei casi, la realtà tutta senese Mps sparirà.

Qualche giorno fa un articolo del New York Times non ha fatto tanti giri di parole.

“Days May Be Numbered for the World’s Oldest Bank”. Ovvero: la banca più antica del mondo potrebbe avere i giorni contati”. “Probabilmente Monte dei Paschi, fondata nel 1472, continuerà a vivere come marchio nelle filiali del centro Italia e, almeno all’inizio, non ci sarà una grande differenza per i clienti. Ma la banca cesserà di essere un’entità stand-alone e la testimonianza vivente del fatto che furono i mercati italiani, durante il Rinascimento, a inventare praticamente la banca moderna. Le operazioni della banca saranno gestite dal quartiere generale di UniCredit, a Milano, piuttosto che dalla sede in stile fortezza del Monte dei Paschi, a Siena. Il titolo di banca più vecchia del mondo spetterà probabilmente a Berenberg Bank, fondata ad Amburgo nel 1950”.

Il New York Times prosegue affermando come “la maggior parte delle banche con problemi simili a quelli del Monte dei Paschi sarebbe stata venduta molto tempo fa, ma per la gente di Siena l’accordo proposto con UniCredit è come svendere la propria identità”. “La città è infuriata”, ha detto un 80enne intervistato dal quotidiano, sottolineando che dare il controllo di Mps a UniCredit sarebbe (sarà?) come perdere una figlia.