10:39 martedì 28 Settembre 2021

Mps-UniCredit: dado tratto dopo voto Siena. L’FT parla di fine vicina per il Monte ma si torna a parlare di piano Isacco

Dossier Mps-UniCredit: la prossima settimana, con le elezioni suppletive di Siena alle spalle, l’AD di Piazza Gae Aulenti Andrea Orcel farà finalmente il grande annuncio? O almeno i mercati, ostaggio di rumor vari da ormai un anno, riusciranno finalmente a capire cosa ne sarà della banca senese Monte di Stato? Le due banche annunceranno di aver trovato l’accordo oppure sarà flop? Comunque andrà a finire, la stampa internazionale sembra continuare a concentrarsi sulla fine di Mps. “Tension mounts as Monte dei Paschi di Siena nears its end”, scrive il Financial Times, ovvero “Montano le tensioni mentre Monte dei Paschi di Siena si avvicina alla sua fine”. Si sa da settimane, almeno da quando sono iniziate le trattative tra il Mef principale azionista di Mps con una quota del 64% e UniCredit, che quest’ultima tutto vuole fuorché accollarsi i problemi di Siena.

Orcel è a caccia del meglio di Mps. Una eventuale intesa non si concretizzerà dunque in una fusione, ma in un’acquisizione da parte della banca guidata da Orcel degli asset migliori del Monte. Due sono le condizioni poste da Orcel: la neutralità sul capitale e l’accrescimento degli utili. Alcuni asset del sud di Monte Paschi dovrebbero andare a finire a Mediocredito centrale, che però, reduce dall’acquisizione di Banca Popolare di Bari, non vuole certo altre grane. Amco, partecipata dal Tesoro, dovrebbe aspirare i crediti deteriorati ma anche parte dei crediti in bonis che rischiano di diventare NPL. C’è chi ha scritto nelle ultime ore che Orcel vorrebbe garanzie su 15,2 miliardi di crediti. Sia Amco che Mediocredito centrale si confermerebbero praticamente stampelle pubbliche  per tenere in vita i resti di Mps snobbati da Orcel. E qui è tutto un dire, visto che la parola pubblica fa capire come sarà lo Stato che si accollerà il marcio di Siena, ovvero i contribuenti.

Cosa faagociterebbe UniCredit di Mps? Indiscrezioni stampa hanno indicato che Orcel punterebbe al 90% degli sportelli e alla controllata banca di consulenza online Widiba, mentre fuori dal radar rimarrebbero Mps Capital Services (la banca d’affari del Monte,), la fiduciaria, la controllata che si occupa di leasing e factoring e il Consorzio informatico. UniCredit – forte del regalo di Stato chiarito recentemente dall’Agenzia delle Entrate – punterebbe in particolare su una cinquantina di miliardi di euro di attività su 90 totali, e su circa 1.100 dei 1.400 sportelli targati Mps, aveva scritto La Repubblica giorni fa, mentre riguardo al marchio, questo non entrerebbe nei desiderata del banchiere. Il marchio, si leggeva qualche giorno fa, non interessa: “ha un valore contabile di 500 milioni e il banchiere non pare disposto a riconoscerla”.

La preoccupazione è piuttosto alta per gli asset di Mps che nessuno vorrebbe: né UniCredit, né Amco, né Mcc: si tratterebbe di “entità legali come Mps Capital Services, Mps Leasing & Factoring, Montepaschi Fiducia, il Consorzio operativo che gestisce la rete informatica, ‘tutto con 5-6000 dipendenti dal futuro incerto”. E si sa che il nodo esuberi dell’operazione è quello che ha messo in allarme i sindacati che, visto il silenzio del governo Draghi, sono scesi in piazza lo scorso venerdì 24 settembre rivendicando il loro ruolo di tutela dei diritti dei lavoratori nei negoziati in corso:

“Le Lavoratrici e i Lavoratori del Gruppo MPS hanno il diritto di conoscere con trasparenza quale sarà il loro destino lavorativo, quali sono le aziende coinvolte in questa vicenda (Unicredit, MCC, altre società che magari neppure applicano il Contratto del Credito?), quali potrebbero essere le loro mansioni (lo stesso lavoro, un lavoro diverso, magari meno qualificato?) e quale sarà il luogo di lavoro (lo stesso luogo o uno diverso, magari più lontano?). E per i paventati esuberi, la copertura economica del Fondo di Solidarietà sarà immodificata? E la permanenza sarà effettivamente allungata a 7 anni?”, è la domanda accorata, che porta la firma di Fabi, Uilca, First, Fisac, Unisin. Lanciato anche l’allarme spezzatino su Mps.

Detto questo, c’è chi vede Mps in condizioni migliori rispetto a quando non solo non c’era nessuna fila per acquistare la banca, ma rispetto a quando in data room c’era solo il fondo Apollo. Interpellato dall’Ft Davide Serra, CEO of Algebris, ha commentato: “Sette mesi fa, Mps veniva vista come il bacio della morte. Ma, con le condizioni di Orcel, oggi si rivela una opportunità molto attraente”. Tra l’altro il Financial Times ricorda che, visto che in base agli accordi siglati con Bruxelles, il Mef deve uscire dal capitale di Mps entro il 2021, il governo Draghi non ha scelta: deve cedere di fronte alle richieste di Orcel. “Non ci sono altre opzioni – ha fatto notare una fonte vicina ai negoziati tra le due banche – L’unico acquirente serio è UniCredit”. Certo i senesi la vedono in modo diverso. Intervistata dall’FT Annalisa Tognazzi,72enne che gestisce una tabaccheria a pochi metri dal quartiere generale di Mps, ha fetto che la città di Siena potrebbe perdere “il pilastro su cui si regge”, nel caso in cui il deal con UniCredit dovesse andare in porto. “Sono preoccupata. Mio fratello, che ha lavorato per la banca, è preoccupato. Mio nipote che lavora per la banca è preoccupato. La situazione è catastrofica. Vedere la banca più vecchia del mondo essere fatta a pezzi è davvero, davvero triste”. Eppure, a fronte di chi ritiene che non ci siano altre strade per salvare il Babbo Monte, c’è chi ricorda come un piano alternativo a UniCredit ci sia: si chiama piano Isacco. Tra le zavorre che pesano sul bilancio di Mps e che rendono la banca sicuramente non attraente agli occhi di eventuali potenziali compratori, ci sono cause legali che valgono ben 10 miliardi di euro e che sono probabilmente la vera spina nel fianco del Monte. Il Tesoro, maggiore azionista di Mps che non vede l’ora di sbarazzarsi della sua quota, potrebbe cedere ai creditori le proprie azioni. Di primo acchito si potrebbe pensare che, per i creditori di Mps, accettare le azioni Mps che valgono davvero poco sarebbe un suicidio. Non proprio però, a una analisi più approfondita. I creditori potrebbero infatti vincere pure al tribunale, ma il problema è che Mps, quei miliardi che deve, non ce li ha. Accettando le azioni del Mef, i creditori diventerebbero azionisti di una banca ormai scevra dall’annoso problema dei guai legali: una banca dunque sicuramente più appetibile, allegerita da quelle cause, che potrebbe a quel punto interessare non più soltanto a UniCredit. E che potrebbe magari dare davvero il via a un terzo polo bancario in Italia.

Del piano Isacco ha parlato anche La Repubblica all’inizio di agosto:

“Si chiama piano Isacco – scriveva la Repubblica, ricordando come la Fondazione avesse intentato una causa di risarcimento danni per 3,8 miliardi alla banca, quindi al Tesoro azionista, fino ad arrivare a una proposta di accordo di risarcimento da 150 milioni, che estinguerebbe ogni contenzioso”. Ma “a Siena c’è chi è ancora convinto di poter portare a casa di più – si leggeva lo scorso 2 agosto – Per esempio innescando una nuova transazione con il Tesoro, per ottenere, oltre ai soldi, una parte di azioni della banca”.

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