Mps, fine dei giochi tra il Mef e UniCredit. Ora governo Draghi dovrà bussare alla porta di Bruxelles

25 Ottobre 2021, di Redazione Wall Street Italia

Si è conclusa con un fallimento l’Odissea bancaria italiana che ha visto grandi protagoniste Mps, UniCredit e il Tesoro, ben prima di quella data ufficiale del 29 luglio, che aveva dato il via ai negoziati ufficiali tra Via XX Settembre e Piazza Gae Aulenti. Obiettivo: salvare la banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi, entro la fine di quest’anno, in base a quanto era stato chiesto dalla DgComp stessa. Se le trattative in via esclusiva tra Siena e Roma erano partite solo alla fine di luglio, era infatti circa un anno che si parlava della possibilità che UniCredit salvasse il Monte. L’Ue era stata chiara, fissando al 31 dicembre del 2021 il termine ultimo per privatizzare la banca senese, dopo la ricapitalizzazione precauzionale che era stata lanciata nel 2017 dall’allora governo Gentiloni, sempre per salvare l’istituto. Fonti vicine al dossier avevano riferito qualche giorno fa che i negoziati tra il Tesoro (Mef-Ministero dell’Economia e delle Finanze), primo azionista di Mps con una partecipazione del 64%, e Andrea Orcel, numero uno di UniCredit, erano ormai “alle battute conclusive”. Niente di tutto questo, invece, visto che il ministero ha reputato troppo esose le richieste del banchiere, e/o il banchiere ha deciso di lasciar perdere una preda evidentemente troppo poco appetibile rispetto agli sforzi da fare per inglobarla. E così, dopo le anticipazioni che hanno iniziato a circolare già sabato 23 ottobre, domenica 24 ottobre è arrivata la nota congiunta del Mef e di UniCredit:

“Nonostante l’impegno profuso da entrambe le parti, UniCredit e il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) comunicano l’interruzione dei negoziati relativi alla potenziale acquisizione di un perimetro definito di Banca Monte dei Paschi di Siena, si legge nel comunicato diramato da Via XX settembre e da Piazza Gae Aulenti.

Fine dei giochi, insomma, che fin dall’inizio erano risultati piuttosto complicati, bisogna dire: sia perché Orcel si era dimostrato interessato non alla intera Mps ma solo a un perimetro dei suoi asset, sia perchè il rispetto da parte del Tesoro delle condizioni sine qua non imposte dallo stesso ceo di UniCredit, affinché l’operazione andasse a buon fine, avrebbe richiesto la prosecuzione di quella emorragia di fondi, dalle casse dello Stato e dalle tasche dei contribuenti, che va avanti ormai da un po’ di anni. Per il segretario del PD Enrico Letta, reduce dalla vittoria delle elezioni suppletive di Siena per il seggio alla Camera che era stato lasciato vacante dall’attuale presidente di UniCredit Pier Carlo Padoan, il Tesoro ha fatto bene a non cedere alle richieste di Orcel. Così Letta intervenuto alla trasmissione ‘Che Tempo che Fa’ di Fabio Fazio, nella serata di ieri:

Sulla rottura delle trattative, Letta ha commentato che “l’impressione è che Unicredit pensasse di partecipare a una svendita, invece il ministero è stato assolutamente corretto nel mondo in cui ha portato avanti la vicenda, rispettando gli impegni di valorizzazione” della banca e del territorio. Letta ha ricordato che si parla qui “di un marchio, il più antico marchio di banca del mondo” e si è detto fiducioso nel fatto che, per il Monte, si troveranno altre opzioni. Ma quali?

Così Andrea Lisi, di Equita SIM, ha riassunto quanto sta accadendo in queste ultime ore, e le ipotesi che si stanno snocciolando in merito al futuro di Mps:

“UniCredit ha comunicato l’interruzione dei negoziati con il Mef relativi alla potenziale acquisizione di un perimetro definito di Mps. Secondo quanto riportato da diverse fonti di stampa, l’esito negativo delle trattative sarebbe dovuto all’eccessiva distanza sui termini dell’aumento di capitale (UniCredit avrebbe chiesto più di 7 miliardi, il MEF sarebbe stato disposto ad arrivare fino a 5 miliardi, incluso il beneficio da 2 miliardi da conversione delle DTA), oltre che a divergenze sul perimetro di Mps da far confluire in UniCredit e sugli esuberi del personale”. Vale la pena a tal proposito riportare quanto scritto da Il Corriere della Sera in articolo pubblicato nella sua edizione odierna: la cifra richiesta da Orcel sarebbe stata pari a ben 8,5 miliardi di euro. “Unicredit chiedeva che lo Stato sottoscrivesse un aumento di capitale da 6,3 miliardi di euro per l’intera Mps; se a questa cifra — ben più alta del tetto massimo che il Tesoro si era prefissato — si aggiungono i 2,2 miliardi di crediti fiscali (le cosiddette ‘Dta’) si arriva a un impegno complessivo di 8,5 miliardi di euro pubblici – si legge nell’articolo: una richiesta a dir poco shock a cui il Ministero non avrebbe voluto piegarsi.

Già Reuters aveva riportato nelle ore precedenti che il Tesoro avrebbe considerato le richieste di Orcel fin troppo punitive per i contribuenti italiani. Oggetto del contenzioso anche il valore del perimetro che UniCredit sarebbe stata disposta a inglobare: secondo Andrea Orcel il fair value degli asset sarebbe stato attorno agli 1,3 miliardi di euro, rispetto a un valore compreso tra 3,6 miliardi e 4,8 miliardi calcolato dal Mef.

A questo punto, arenatesi le trattative, quali sono i prossimi passi che Mps, e il suo maggiore azionista Mef, possono evitare per dare una soluzione concreta alla banca senese, senza che si continui a parlare di essa anche come di Alitalia del credito? Nella nota di Lisi di Equita SIM si legge che “qualsiasi soluzione alternativa, almeno nel breve, sembra al momento molto complicata. A questo punto diventerebbe inevitabile la richiesta di proroga alla Commissione europea sui tempi del’uscita dello Stato dal capitale di Mps, ad oggi fissata a fine 2021, oltre che a procedere con un’operazione di rafforzamento patrimoniale (le cui modalità di esecuzione – da concordare con DG Comp – rimangono un punto di incertezza) che permetta di ‘comprare tempo’ per valutare nuove alternative. Il capital plan standalone di Mps, inviato alla BCE lo scorso gennaio, prevede ad oggi un rafforzamento patrimoniale di 2,5 miliardi, dimensione definita dal management ‘coerente’ con i risultati dello stress test di luglio, sebbene alcune indiscrezioni riportate da La Repubblica riferiscano di una richiesta da parte della BCE salita a 3 miliardi”.

“Secondo quanto ipotizzato da Il Corriere e La Stampa, Banco BPM sarebbe tra i soggetti che potrebbero sedersi al tavolo per Mps (vengono citati anche Bper, oltre ad alcuni istituti esteri come BNP, Credit Agricole, BBVA). Sebbene non escludiamo che alcuni istituti possano avere interesse per acquisire determinati asset di Mps, riteniamo improbabile l’eventualità che considerino individualmente un perimetro analogo a quello oggetto delle trattive con UniCredit. L’ipotesi ‘spezzatino’ di Mps tornerebbe quindi sul tavolo, sebbene la giudichiamo complessa sia tecnicamente che dal punto di vista politico. Riteniamo che l’esito negativo delle trattative con il Tesoro possa portare ad una leggera reazione negativa su UniCredit nel breve termine, anche se giudichiamo favorevolmente la disciplina del management nel non voler perseguire a tutti i costi un deal che, se non perfezionato sulla base delle condizioni definite a luglio, avrebbe potuto alimentare dubbi sul rischio di execution e sull’EPS accreation. Nonostante l’incertezza in merito ad una soluzione alternativa per Mps, riteniamo che il fallimento dei negoziati tra Unicredit e il MEF su Mps e la possibile estensione al 2022 della norma sulle DTA aumentino l’appeal speculativo su Banco BPM per un possibile M&A con UniCredit”. D’altronde è stato ribadito più volte che il vero target di Orcel, fin dall’inizio, fosse stato Banco BPM, tanto che è soprattutto questo il titolo bancario che svetta oggi a Piazza Affari,  con un rialzo fin oltre +4%. E se invece la grana Mps toccasse ora proprio a Banco BPM (non è certo la prima volta che ne parla).

Così il Corriere: “Sono stati segnalati movimenti del Banco Bpm in direzione di Via XX Settembre — la banca milanese ha smentito incontri al Mef —, ma l’ipotesi di un intervento su Siena non viene ritenuto percorribile per questione di dimensioni”. Nell’articolo firmato da Fabrizio Massaro e Federico De Rosa si legge che “una possibilità potrebbe essere Unipol. Ma più che in chiave Bper, controllata dalla compagnia bolognese, l’interesse dell’amministratore delegato Carlo Cimbri potrebbe essere per un eventuale ruolo diretto della stessa Unipol in un’operazione di bancassicurazione”. “Altre opzioni non se ne vedono – si legge nell’articolo – Almeno tra le banche nazionali. Diverso il discorso se si guarda fuori. Non solo al Credit Agricole o a Bnp Paribas, già ben radicate. Il Bbva, per esempio, che ha appena lanciato in Italia la sua piattaforma di home banking, non sarebbe disinteressata. Ma l’opzione di una vendita di Mps a una banca estera sembra impraticabile, soprattutto per le gestione delle ricadute sociali. Uno dei nodi rimasti irrisolti sul tavolo con Unicredit era relativo a circa 8.000 esuberi di Siena”.

Intanto sia il titolo Mps che UniCredit riducono le perdite riportate all’inizio della sessione di oggi, quando le sono state sospese subito per eccesso di ribasso, con un calo superiore al 7,5%. Mps rientra nelle contrattazioni, cedendo il 3% circa, mentre Piazza Gae Aulenti limita i danni a Piazza Affari scendendo di poco più dell’1%.