Morgan Stanley, AD Gorman: ‘criptovalute non sono moda passeggera’. La paura è più per la Fed: ‘faccia scoppiare un po’ quella bolla’

15 Ottobre 2021, di Redazione Wall Street Italia

James Gorman, amministratore delegato di Morgan Stanley, lancia un appello alla Fed affinché “faccia scoppiare un po’ questa bolla” che ha creato e sottolinea anche, guardando al Bitcoin e ad altre monete digitali, che il cripto universo non è una moda passeggera. Gorman ha parlato nel corso di un’intervista rilasciata a Bloomberg Television, in occasione dei risultati di bilancio  che la banca da lui gestita ha riportato nel terzo trimestre dell’anno.

Proprio ad aprile, Morgan Stanley ha annunciato il lancio di un servizio per consentire ai clienti della sua divisione di wealth management di avere una esposizione al Bitcoin attraverso due fondi cripto. Gorman ha ammesso tuttavia di non star assistendo a una domanda poi così corposa da parte dei clienti. Detto questo, a suo avviso, le criptovalute avranno ancora vita lunga.

“Non so quale dovrebbe essere o non essere il valore del Bitcoin” ma “queste cose (riferendosi al mondo cripto) non spariranno e la tecnologia blockchain che le supporta ovviamente è molto reale e potente”. Nelle stesse ore in cui l’AD del colosso bancario americano ha parlato del cripto universo, un alert su questa fetta di mercato amata e odiata è arrivato da Jon Cunliffe, vice governatore della divisione di stabilità finanziaria della Bank of England. Cunliffe ha avvertito che, a meno che non venga introdotta una severa regolamentazione del settore, le criptovalute potrebbero scatenare una crisi finanziaria globale simile a quella del 2008.

Il funzionario ha paragonato il tasso di crescita del mercato cripto, che in cinque anni ha visto la propria capitalizzazione volare da un valore di $16 miliardi a uno di $2,3 trilioni, al mercato dei mutui subprime degli Stati Uniti, che nel 2008 era arrivato a valere $1,2 trilioni.

“Quando qualcosa nel sistema finanziario cresce molto velocemente, e cresce in un sistema fortemente non regolamentato, le autorità che si occupano di stabilità finanziaria devono stare bene sull’attenti”, ha detto. Un altro alert sul Bitcoin & Co è stato lanciato dall’MSCI, il fornitore Usa di servizi finanziari: si tratta di un avvertimento che fa accapponare la pelle anche ai più indifferenti o a chi ritiene che tutto questo allarme sulle criptovalute sia esagerato.

Da una ricerca della società newyorchese è emerso che gli investitori che puntano sull’ESG sono sempre di più a rischio di essere soggetti a una esposizione subdola verso le criptovalute. Sono almeno 52 le società facenti parte dell’MSCI ESG Research che hanno una esposizione verso gli asset cripto: di queste, 26 sono società che fanno parte dell’indice azionario globale di MSCI ACWI World Index.

Viste nel loro insieme, queste 52 società hanno una capitalizzazione complessiva di $7,1 trilioni, pari al 6,6% del valore di mercato rappresentato dall’MSCI ESG Research.

“Sebbene la maggior parte delle criptovalute sia rappresentata da investimenti speculativi con una utilità evidente contenuta, alcune vantano un successo limitato, in quanto considerate alla stregua di vere monete, e hanno dunque riportato ritorni stellari – ha riferito l’MSCI ESG Research – Questa crescita ha contribuito sia all’aumento delle società che sono esposte alle criptovalute che agli sforzi da parte di società già avviate a far aumentare la loro esposizione alle criptovalute”.

Per James Gorman di Morgan Stanley, tuttavia, le criptovalute non sono fonte di preoccupazione: “Nel nostro caso, onestamente, non si tratta di una parte enorme del business rivolto ai nostri clienti. Potrebbe (il business) evolversi ma, sicuramente, non è qualcosa che sta condizionando i nostri guadagni in un modo o nell’altro”.

Più che per il mondo degli asset digitali, Gorman è preoccupato per la bolla creata dalla Fed con le sue politiche monetarie ultraccomodanti:

“In questo momento in giro c’è troppa moneta – ha detto senza mezzi termini il ceo di Morgan, addentrandosi anche nel dibattito che sta infuocando gli economisti, ovvero quello sulla presenza o meno del rischio di una stagflazione in arrivo o, comunque, di una inflazione che, come ha detto lo stesso ex segretario al Tesoro Usa, rischia di sfuggire al controllo delle banche centrali.

L’AD ha fatto riferimento all’aumento dei salari, alle strozzature presenti nella catena dell’offerta e al boom dei prezzi delle commodities come a quegli elementi che stanno facendo salire l’inflazione, avvertendo che non tutto è un fenomeno temporaneo.

Di conseguenza, il consiglio alla Fed è di essere un po’ più aggressiva rispetto a quanto sta prevedendo in questo momento.

I commenti di James Gorman si sono allineati a quelli di John Waldron, presidente di Goldman Sachs, che ha detto che l’inflazione non è transitoria, ma anche a quelli del ceo di BlackRock Larry Fink che, intervistato dalla CNBC, ha affermato che “sicuramente l’inflazione non è temporanea”.

Sul tema è intervenuto anche Jamie Dimon, AD di JPMorgan Chase, che ha detto di ritenere che, probabilmente, l’inflazione non rallenterà il passo nei prossimi trimestri. Ma allora, quand’è che la Fed di Jerome Powell dovrebbe agire?

“Sicuramente, io inizierei a muovermi entro il primo trimestre dell’anno prossimo. Hanno molto spazio di manovra e alzare i tassi nel corso del prossimo anno non sarà né qualcosa di inatteso né scatenerà tanto meno una crisi”.

“Credo che il mercato abbia digerito il fatto che la Fed debba muoversi, non solo con il tapering, ma anche con aumenti dei tassi. E comunque, siamo lontani 10 aumenti dei tassi circa dal valore che dovrebbe essere considerato normale”.