Fed: lato hawkish smascherato. Tapering più vicino e carrellata di rialzi tassi entro il 2024

23 Settembre 2021, di Redazione Wall Street Italia

Per ora i mercati finanziari non sanno ancora quando il tapering verrà annunciato e, quindi, quando la Fed inizierà a ridurre gli acquisti di asset che effettua ogni mese per un valore di $120 miliardi; sanno però che il tapering verrà lanciato presto. E sanno che è aumentato il numero degli esponenti del Fomc, il braccio di politica monetaria della Federal Reserve, che prevedono un rialzo dei tassi sui fed funds già l’anno prossimo. Non solo: dal dot plot si apprende che il Fomc ritiene che i tassi saranno alzati tra le sei e le sette volte entro la fine del 2024. Per ora rimangono allo zero, nel range compreso tra lo zero e lo 0,25%, come annunciato ieri dalla Commissione di politica monetaria della Fed (il Fomc, per l’appunto). E come da attese. Niente di nuovo, visto che la Fed è stata chiara nel lanciare un preciso messaggio: il rialzo dei tassi avverrà comunque dopo il tapering. E, visto che la data del lancio del tapering non era (ed è) ancora nota, era inutile temere una stretta monetaria. Trader e investitori aspettavano piuttosto indicazioni sul tapering, che però sono arrivate in modo poco chiaro. Nel comunicato ufficiale del Fomc si legge che “la Commissione ritiene che, se si continueranno a fare progressi in modo ampio come atteso, una moderazione nel ritmo di acquisti di asset (che avvengono con il piano di Quantitative easing della Fed) potrebbe essere presto giustificata”. Dunque, il tapering avverrà “presto”.

Maggiori informazioni, più che altro sulla durata, sono state fornite dal presidente della Fed Jerome Powell nella conferenza stampa successiva all’annuncio dei tassi: “sebbene nessuna decisione sia stata presa (in merito alla data del tapering), i partecipanti (al Fomc) hanno in generale ritenuto che, fino a quando l’economia rimarrà sulla giusta strada, un processo di tapering graduale che si concluda attorno alla metà dell’anno prossimo sia probabilmente appropriato”. Quindi, la flebo anti-pandemica che la Fed ha assicurato ai mercati e all’economia l’anno scorso, con il presentarsi dell’incubo Covid-19, finirà entro l’anno prossimo. Fine della droga monetaria, così come i più critici definiscono l’assist della banca centrale Usa alla finanza americana, che avviene attraverso lo shopping di bond. Wall Street ha chiuso positiva, con il Dow Jones salito di oltre 300 punti, e soprattutto in rialzo per la prima sessione delle ultime cinque, con un guadagno giornaliero record dal 20 luglio scorso. E’ vero che l’indice delle blue chip ha ritracciato dai massimi intraday, quando era volato di oltre 500 punti. La Fed ha lanciato un messaggio positivo, ammettendo che l’economia è abbastanza forte da poter stare in piedi da sola e che la banca centrale può iniziare a rimuovere gli stimoli monetari che stanno fornendo dall’inizio della crisi del Covid – ha commentato Chris Zaccarelli, chief investment officer di Independent Advisor Alliance,secondo quanto riportato dalla Cnbc – Sebbene questo autunno potranno presentarsi altre turbolenze, siamo costruttivi sull’economia Usa in generale, e riteniamo che valga la pena acquistare ogni dip (ovvero posizionarsi sull’azionario acquistando titoli dopo un forte calo), in quanto i fondamentali sono ancora solidi e la recessone appare a questo punto distante di più di un anno”. La Fed e i rialzi di Wall Street hanno avito un effetto positivo sull’azionario globale, come dimostra il trend delle borse asiatiche, dove si continua a monitorare il caso Evergrande. Bene anche le borse europee. Nessun taper tantrum sui mercati, in apparenza: la prova è anche nel trend dei Treasuries Usa: dopo gli annunci della Fed i tassi a 10 anni sono scesi di 1,7 punti base all’1,307%, mentre quelli a 30 anni hanno ceduto 3,5 punti base all’1,822%. C’è da dire, tuttavia, che i tassi di breve termine hanno puntato verso l’alto.

“La curva si sta appiattendo…se nel 2023 ci saranno tre rialzi dei tassi e nel 2024 ce ne saranno altri tre, vorrà dire che la politica monetaria è più restrittiva rispetto a prima”, ha commentato alla Cnbc John Briggs, responsabile della strategia macro globale presso head NatWest Markets.

Nel suo commento giornaliero sui mercati finanziari Giuseppe Sersale, Strategist di Anthilia Capital Partners Sgr, ha così scritto:

“Alle 20, lo statement ha riportato più o meno le modifiche attese. Si è sottolineato il recupero dei settori colpiti dalla pandemia, ma anche che la variante Delta ha frenato la ripresa. L’inflazione è stata definita “elevata”, anche se è rimasta intatta la notazione sui fattori transitori. La modifica principale è dove si riconosce che, se i progressi verso i target procedono come da attese, una riduzione del ritmo degli acquisti potrebbe rendersi necessaria “presto” (soon). In altre parole, se non cambia il quadro, il tapering inizierà a novembre. Rilevanti anche le modifiche alla Dot plot, con 9 membri su 18 che vedono almeno un rialzo dei Fed Funds l’anno prossimo (2 membri hanno cambiato idea, quindi ora la mediana è a metà) e 3 dei nove che ne vedono 2. Parecchio movimento anche nel 2023 con una mediana all’1%, e l’1,85% al 2024. In generale un outcome in linea con le attese, ma con la dot plot a dare un hawkish tilt. Li per li, però, il mercato non se ne è dato per inteso. Dopo un sussulto iniziale, i rendimenti e il dollaro hanno preso a calare, e l’azionario ha preso la via del rialzo, accompagnato dai metalli preziosi. E’ sembrata la reazione di un mercato sollevato perchè non vi sono state sorprese particolari in senso restrittivo, sorprese che però si aspettavano davvero in pochi. Il quadro è un po’ cambiato con la conferenza stampa, quando Powell ha aggiunto un po’ di dettagli allo scarno testo. Di fatto il Presidente ha chiarito senza mezzi termini che le condizioni per una riduzione del ritmo degli acquisti potrebbero essere centrate al prossimo meeting, e che il tapering potrebbe essere concluso entro metà del prossimo anno. I mandati su prezzi e occupazione sono praticamente raggiunti e vi è una larga maggioranza nel FOMC per agire”.

A scontare lo scenario comunque più hawkish della Fed – emerso soprattutto con il dot plot – è stato sicuramente il dollaro, che è salito al record in un mese nella sessione di ieri (Dollar Index a 93,526), spingendo l’euro verso importanti livelli di supporto. Vale la pena esaminare dunque il dot plot, documento che raccoglie le previsioni sui tassi dei 18 membri del Fomc. La nuova edizione indica che ora la commissione è divisa su un rialzo dei tassi già nel 2022, con 9 esponenti contrari e 9 favorevoli almeno a una stretta monetaria. Non solo: per la fine del 2023, si prevedono dai tre ai quattro rialzi dei tassi, entro la fine del 2024 se ne stimano tra i sei e i sette. Oltre al dollaro, lo scenario del dot plot ha portato i futures sui fed funds a commettere con una probabilità del 50% su un rialzo dei tassi a ottobre del 2022 e con una probabilità del 100% un aumento dei tassi di 25 punti base a dicembre del 2022. Al minimo dell’ultimo mese, l’euro è sceso fino a $1,1684 all’inizio delle contrattazioni asiatiche, a un passo dal minimo del 2021, pari a $1,1664, e non lontano dal supporto di $1,1602 che, se bucato al ribasso, secondo l’analisi tecnica potrebbe far scivolare la moneta unica fino a $1,14. Oggi l’euro è però in ripresa, e risale sopra quota $1,17.

 

Nella giornata di ieri, il Fomc ha diramato anche le nuove proiezioni sull’economia Usa: La Commissione prevede ora una crescita del Pil al ritmo del 5,9% nel 2021, rispetto al +7% stimato a giugno. Rivisto invece al rialzo l’outlook per il 2023, dal +3,3% precedentemente atteso al +3,8%. Per il 2023, la crescita economica attesa è stata migliorata dello 0,1%, al 2,5%. L’outlook della Fed conferma anche un’inflazione più forte rispetto alle stime di giugno. L’inflazione core è vista salire al tasso del 3,7% quest’anno, rispetto al +3% precedentemente atteso. Includendo le componenti volatili rappresentate dai prezzi energetici e dei beni alimentari, il Fomc stima un tasso di inflazione generale del 4,2% nel 2021, rispetto al +3,4% previsto a giugno. Per gli anni 2022-2023, l’inflazione core è attesa a +2,3% (rispetto al precedente outlook +2,1%), e al 2,2%, lo 0,1% in più rispetto alle precedenti previsioni. L’inflazione generale è invece attesa al +2,2% per il 2022-2023, quasi in linea con le stime di giugno. Le proiezioni della Fed sul tasso di disoccupazione Usa del 2021 sono state peggiorate. Per quest’anno, si prevede un tasso di disoccupazione di fine anno al 4,8%, in calo dall’attuale 5,2%, ma superiore al 4,5% previsto a giugno. Detto questo, il presidente della Fed Jerome Powell ha precisato in conferenza stampa che non c’è bisogno di numeri incredibili sull’occupazione Usa per iniziare a ridurre la politica monetaria accomodante, dunque per lanciare il tapering. “Per me, non è necessario un report occupazionale super solido, forte, da urlo – ha detto Powell – Sarebbe necesssario un report sull’occupazione ragionevolmente positivo, per credere che il target sia stato centrato. Altri della commissione ritengono che l’obiettivo sia stato già centrato. Altri vorrebbero assistere a ulteriori progressi”. Powell ha parlato sia di crescita sia di grande spina nel fianco degli investitori rappresentata dal timore che la banca centrale Usa stia ignorando l’allarme inflazione, se non il pericolo stagflazione, come ha avvvertito il professore di economia presso la New York University’s Stern School of Business e presidente di Roubini Macro Associates Nouriel Roubini, paventando crisi deflazionistiche del debito. E come ha detto anche il numero uno di JP Morgan, il ceo Jamie Dimon, che ha detto che esiste la possibilità che la Fed sia costretta ad agire in modo forte l’anno prossimo, una volta ammesso il fatto che l’inflazione Usa NON ha un carattere transitorio.

Powell non la vede invece così, tanto che ieri ha detto, pur riconoscendo che “i problemi che hanno colpito l’offerta si stanno confermando più forti e duraturi di quanto anticipato”, queste strozzature nella catena di approviggionamento che stanno facendo alire i prezzi e che sono state provocate a suo avviso dagli effetti della pandemia Covid-19, si smorzeranno, consentendo al tasso di inflazione Usa di tornare verso l’obiettivo della Fed, pari al 2%. Inoltre, “le indicazioni sulle aspettative sull’inflazione di più lungo termine sono ancora in linea con gli obiettivi di più lungo periodo”, ha detto il timoniere della banca centrale Usa. Dal dot plot emerge comunque che i tassi sono destinati a salire, fino ad attestarsi entro la fine del 2024 all’1,8%, ben oltre le attese dei mercati, a fronte di un tasso di lungo termine pari al 2,5%. Gli analisti di ING commentano quanto emerso dalla Fed con una nota, in cui scrivono che, “con una inflazione che appare sempre meno transitoria, continuiamo a prevedere un aumento dei tassi nel settembre del 2022”. “Continuiamo a pensare che l’inflazione sarà molto più persistente di quanto la Fed ritiene, a causa delle continue limitazioni che stanno colpendo la catena dell’offerta, e anche per la carenza di personale per il mercato del lavoro e altre strozzature nella produzione che è improbabile che migliorino in modo significativo entro la fine di quest’anno e, forse, anche entro buona parte dell’anno prossimo. Ciò – si legge nella nota di ING firmata da…- manterrà elevati i costi. Lo stesso Beige Book della Fed ha già avvertito che “diversi distretti hanno indicato che le aziende anticipano aumenti significativi dei loro prezzi di vendita nei prossimi mesi”. Inoltre, “con l’ultima ondata del Covid che mostra segnali di indebolimento, prevediamo anche una riaccelerazione dell’attività fino al quarto trimestre, che porterà a nostro avviso più esponenti della Fed a sostenere un aumento dei tassi nel 2022 nel dot plot che verrà aggiornato a dicembre. Noi saremmo certamtti stimiamo, un primo rialzo dei tassi nel settembre del 2002, seguito da un altro a dicembre”