Active share da prendere con cautela: i pro e i contro di questo indicatore

30 Ottobre 2015, di Redazione Wall Street Italia

di DIANA BIN, It Forum News

L’active share – letteralmente “quota attiva”, ovvero la misura di quanto ciascun fondo si discosta dal suo benchmark di riferimento – ha recentemente acceso il dibattito tra gli investitori. Ma cosa si nasconde dietro a questo indicatore? Davvero un solo numero è sufficiente per avere un quadro completo e decidere su quale prodotto investire? Ne abbiamo parlato con Piera Elisa Grassi, executive director e global research enhanced index di Jp Morgan Asset Management, che mette in guardia dalla tentazione di affidarsi a questo indicatore per valutare il “valore aggiunto” portato dal gestore a un investimento azionario: la sua opinione, in estrema sintesi, è che l’active share sia una misura utile e necessaria, ma non sufficiente: è bene guardare sempre anche ad altre statistiche per poter comporre un puzzle esaustivo di quel che sta succedendo.

Dott.ssa Grassi, cos’è esattamente l’active share e perché se ne parla così tanto?

Di sicuro quello dell’active share è un tema molto dibattuto e un argomento di forte interesse per gli investitori. Si tratta di un indicatore molto semplice che, in sostanza, si compone di due variabili: il peso di un’azione in portafoglio raffrontato al peso nel benchmark. Questa misura ci dà un’idea della percentuale di azioni all’interno del portafoglio che si discosta dall’andamento del benchmark di riferimento. Non è dunque un indicatore dell’abilità del gestore, quanto piuttosto una misura di rischio. Come abbiamo visto, il calcolo dell’active share è molto semplice, ma la semplicità si porta dietro pro e contro.

Ci spieghi meglio…

La semplicità di calcolo offre una misura immediata, consentendo di fare un paragone velocemente. Il limite però è quello di non poter vedere cosa sta dietro a quel semplice numero. L’active share è una cifra percentuale che va da 0 a 100: un portafoglio senza partecipazioni in comune con il suo benchmark avrà quindi un active share del 100%, mentre un portafoglio completamente identico al suo benchmak avrà un active share pari a zero. Il problema è definire le sfumature che ci sono tra 0 e 100 e il punto cruciale è capire, nel fare paragoni tra fondi, quale sia un buon numero che ci possa dire se il fondo stesso prende o meno abbastanza rischio. Per esempio, possiamo dire che vogliamo un fondo con un active share del 60%, ma dietro quel 60% ci può essere davvero un’estrema varietà di soluzioni.

Dunque l’active share non equivale a buona performance?

Direi di no. L’active share è solo una parte della storia, ma non costituisce di per sé un indicatore sufficiente a selezionare i propri investimenti. Basti pensare che due fondi possono avere entrambi una quota attiva del 60% ma avere un profilo di rischio completamente differente: diversi fattori influiscono infatti sul calcolo di questo indicatore, come la concentrazione dell’indice di riferimento o la percentuale di posizioni che si prendono al di fuori del benchmark stesso.

Quali sono allora le altre statistiche di cui bisogna tener conto per crearsi un quadro completo quando si analizzano fondi?

Solo per citarne alcuni, penso che sia utile tener conto dell’information ratio, un indicatore che confronta il rendimento del fondo con il rendimento del benchmark di riferimento, del tracking error, che misura lo scostamento di performance di un fondo rispetto al suo indice di riferimento, e del maximum drawdown, che indica la massima perdita registrata in passato.