Moody’s: Cina rischia di essere declassata ancora

26 Maggio 2017, di Daniele Chicca

Le importanti misure di riforma strutturale pianificate dal governo in Cina potrebbero risultare insufficienti. Se la bolla del debito non viene fatta sgonfiare, arrestando la crescita progressiva dei livelli di indebitamento dei privati e non solo degli istituti pubblici, un altro declassamento della qualità del credito è imminente.

L’avvertimento viene da due funzionari di Moody’s, agenzia americana che qualche giorno fa ha tagliato il rating di due gradini ad A1 da A3, scatenando le proteste della potenza asiatica. A inizio settimana per giustificare il downgrade che ha messo sotto sopra i mercati finanziari, Moody’s ha citato i pericoli per la robustezza finanziaria della Cina, che rischia di ridursi a causa dei livelli montanti del debito di famiglie e aziende.

L’opinione dell’agenzia di rating sull’agenda di riforme della Cina è negativa. Il piano è vasto ma non sarebbe comunque abbastanza corposo da prevenire che le attività creditizie come i prestiti in eccesso pesino sulla crescita economica. I rischi di hard landing dopo anni di tassi di crescita straordinari sono reali.

Se insomma dovessero presentarsi segni di aumento del debito sopra le previsioni di Moody’s, il rating di A1 non sarebbe più giustificato, ha fatto capire Li Xiujun, vice presidente della strategia e degli standard creditizi dell’agenzia statunitense, durante un Webcast tenuto con la collega Marie Diron.

Le parole pronunciate dall’analista sono state le seguenti: “Se in futuro le riforme strutturali della Cina riescono a impedire che i livelli di indebitamento crescano ancora, senza aumentare i rischi nei settori bancario tradizionale e bancario ombra, allora questo avrà un impatto positivo sui rating della Cina”.

Se invece i debiti già alti continuano a salire e influire negativamente sulla crescita economica a medio termine, impattando negativamente anche il rating sul credito sovrano, allora “la Cina potrebbe non meritare più il rating di A1”. La Cina si è subito opposta con forza al declassamento, contestando la tesi di Moody’s. Pechino ha detto che il downgrade si basa su una “metodologia inappropriata” che esagera le difficoltà dell’economia e sottovaluta gli sforzi del governo in tema di riforme.

Diron, associate managing director del Sovereign Risk Group dell’agenzia, ha risposto dichiarando che l’agenzia è stata incoraggiata dalla “vasta agenda di riforme” delle autorità cinesi per contenere i rischi della rapida crescita del debito. Tuttavia, se da una parte Moody’s ritiene che le riforme possano rallentare il ritmo a cui il debito sta crescendo, dall’altra crede che non saranno sufficienti ad arrestare la tendenza e che i livelli non caleranno drasticamente.