Monti e derivati. Guai per Cannata, Grilli e banca che ha bruciato soldi Italia

15 Settembre 2016, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Morgan Stanley, la famosa banca d’affari Usa, finisce sul banco degli imputati. La procura regionale per il Lazio della Corte dei Conti ha chiesto ai banchieri americani di comparire insieme a quattro dirigenti del ministero dell’Economia, dopo il danno erariale subito dall’Italia per 4,1 miliardi di euro. A tutti, la richiesta di danno miliardaria.

Il quotidiano La Repubblica scrive:

“Davanti alla Corte dei Conti, oltre alla banca d’affari Usa, dovranno comparire Maria Cannata, direttore del Debito pubblico, che dal 2000 ad oggi ha firmato molti di quei contratti e i relativi decreti di approvazione e Vincenzo La Via, predecessore della Cannata. Insieme a loro, Domenico Siniscalco, direttore generale del Tesoro, che terminata la propria esperienza ha pensato bene di andare a lavorare proprio per Morgan Stanley e Vittorio Grilli, anche lui direttore del Tesoro, e passato, una volta uscito dallo Stato, nelle fila di un’altra banca d’affari Usa, la Jp Morgan”.

A riscostruire i fatti il pm contabile Massimiliano Minerva. Nel 1994 il governo italiano aveva sottoscritto una clausola sui contratti derivati accesi dall’Italia che permetteva a Morgan Stanley di chiudere con decisione unilaterale posizioni debitorie, ottenendo così il pagamento in un’unica soluzione Quando tra il 2011 e il 2012 scoppiò la tempesta finanziaria, la banca americana chiese all’Italia, allora governata dal professore Mario Monti, di attivare la clausola, e il nostro paese accettò sborsando una cifra pari a 3,1 miliardi di euro, soldi usciti dalle casse erariali già minate dalla crisi economica.

Secondo il pubblico ministero tale clausola non era compatibile con gli obiettivi di gestione del debito pubblico del Tesoro. Come scrive Repubblica:

“Di fatto, l’esposizione dello Stato nei confronti dei creditori si spalma in un periodo di medio o lungo termine, come avviene in genere per qualsiasi mutuo. Quella clausola (in gergo Ate, Additional termination events), invece, una volta attivata, imponeva alla Stato di chiudere tutta l’esposizione verso quella banca dall’oggi al domani. In particolare, la Morgan Stanley poteva chiedere all’Italia la chiusura di tutte le posizioni debitorie qualora l’esposizione creditizia avesse superato un limite prestabilito”.

Alcuni contratti derivati sottoscritti dal nostro paese, secondo l’accusa, erano vere e proprie speculazioni con il solo scopo di coprire i rischi di cambio o di tasso. Morgan Stanley con alcuni di questi contratti riuscì ad intascare ben 1,3 miliardi di euro a fronte di un esborso di soli 47 milioni.

E il Ministero dell’Economia cosa ha fatto? Nulla di buono, anzi come rivela il pubblico ministero, ha adottato condotte volte “unicamente e senza un valido motivo, a favorire le banche”.

Sul banco degli indagati finiscono così quattro dirigenti di via XX Settembre: Maria Cannata, oggi direttore del Debito, il suo predecessore Vincenzo La Via, Domenico Siniscalco, direttore generale del Tesoro poi arrivato a Morgan Stanley e Vittorio Grilli, ex dg del Tesoro.

La procura regionale per il Lazio della Corte dei Conti ha così formulato la richiesta di risarcimento danni – stimati in 4,1 miliardi di euro in cui sono compresi anche gli interessi per il costo del finanziamento aperto e  i flussi negativi generati dalle swaption – insieme all’invito a comparire in giudizio per la banca e i quattro dirigenti dell’Economia che hanno ora un mese di tempo per presentare documenti e atti  a loro difesa e se non saranno ritenuti sufficienti, inizierà il processo.

Così La Repubblica:

“L’accusa è pesante: hanno scommesso con i soldi degli italiani”.

Il Giornale ricorda:

Nella relazione presentata nella scorsa primavera, l’accusa della Corte dei conti aveva rilevato come i comportamenti del ministero a volte sembravano volti «unicamente e senza un valido motivo, a favorire» le banche. Erano i mesi dei declassamenti del debito italiano da parte delle agenzie di rating. E il faro dei magistrati contabili sottolinea «l’anomalo collegamento tra i giudizi di rating e la formazione dei contratti di derivati, cui a volte consegue l’emersione di una situazione di conflitto d’interessi tra le società di rating e gli istituti bancari». Ora la procura regionale ha terminato la fase istruttoria e ha presentato alla banca e ai dirigenti, ex e in carica, la richiesta di danno miliardaria e l’invito a comparire. La novità di ieri è che i dirigenti chiamati a spiegare le loro decisioni sono quattro. Non è prevalsa, insomma, la tesi inizialmente sostenuta dal governo che limitava la responsabilità ad un unico dirigente. Nei mesi scorsi in molti si erano chiesti perché nelle indagini mancasse il nome di Mario Draghi, direttore generale nel’94 quando furono sottoscritti i contratti, per permettere all’Italia di centrare i parametri di Maastricht. I soggetti interessati ora hanno 30 giorni di tempo per presentare documenti o informazioni a propria discolpa e, se non saranno ritenuti sufficienti, la Corte dei conti potrà procedere portando in giudizio le parti. A fare emergere sui media le anomalie dei contratti derivati sottoscritti dall’Italia era stata l’agenzia Bloomberg che, sulla base di dati Eurostat aveva calcolato il loro peso sul debito italiano: 21,3 miliardi nel periodo 2012-2015″.