MILLE EURO AL MESE SONO UN INSULTO

11 Febbraio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Pubblichiamo una lettera aperta inviata da ricercatori italiani che lavorano all’estero a Silvio Berlusconi e Letizia Moratti sul progetto di «riforma dello stato giuridico del personale docente» universitario.

Siamo studenti italiani impegnati all’estero in corsi post laurea in Scienze economiche. La maggior parte di noi sta completando un dottorato e guarda alla ricerca come una professione ed una carriera. Speriamo non solo fuori Italia. Viviamo perciò con sincera preoccupazione gli obiettivi e le politiche che il disegno di legge delega si propone. La nostra esperienza di giovani ricecatori «in fieri» ci convince che i gravi problemi della ricerca italiana – almeno di quella economica – sono ben diversi da quelli che la legge si propone di affrontare.
La nostra non è un’opposizione al «precariato» che caratterizzerà la posizione di ricercatore. Non avere un contratto a tempo indeterminato si può perfettamente accettare. Riconosciamo i rischi della nostra professione.

Quello che invece non si può accettare è la colossale incapacità di cogliere il centro del problema quando si discute su come migliorare la ricerca italiana: non solo la stragrande maggioranza dei migliori ricercatori italiani si trova all’estero, ma il nostro è un sistema incapace di attrarre ricercatori stranieri. Ci permetta perciò di schematizzare, magari semplificando:

1) lo stipendio di un giovane ricercatore (poco più di mille euro) è un semplice insulto. Con simili stipendi si attirano principalmente figli di famiglie agiate, missionari o mediocri. E in ogni modo si obbliga i ricercatori a cercare altre fonti di reddito, il tutto a detrimento dell’attività di ricerca universitaria. Quindi le chiediamo: che tipo di Università e, soprattutto, di ricerca scientifica si ottiene in questo modo? La scelta di riformare la ricerca non si può fare prescindendo da remunerazioni dignitose.

2) Facciamo i ricercatori, non gli insegnanti. L’insegnamento fa parte del completamento culturale di un ricercatore ma NON è il centro della sua attività. Un ricercatore dovrebbe far ricerca, per definizione. Rifondare l’università non significa preparare una grande scuola post secondaria in cui si raddoppia il carico didattico dei professori, anche all’inizio della loro carriera quando maggiore è la freschezza intellettuale e la produttività scientifica.

3) Perché mettere un limite del 6% alla nomina a professore di stranieri/italiani all’estero? Non ci sono stranieri nelle nostre università. L’Italia necessita di un maggiore sforzo nell’attrarre ricercatori dall’estero.

4) Perché tornare ai grandi concorsi nazionali, al sistema delle cordate in cui politica e clientelismo contano veramente? Il problema non è certo dato dai concorsi locali, quanto piuttosto dalla mancanza di competizione tra atenei. Perché allora non parlarne apertamente, piuttosto che perdersi a riformare l’organizzazione dei concorsi? Discutiamo piuttosto dell’introduzione di fondi specifici attribuiti ai diversi atenei sulla base della qualità della loro ricerca. Questa è la maggiore garanzia per abbattere il clientelismo e attrarre i ricercatori migliori.
Signor ministro, che senso ha tutto questo?
Le chiediamo pertanto di rivedere lo schema di disegno di legge delega. Abbiamo bisogno di una riforma, ma non di questa. Non peggiori le cose, ci lasci la speranza. Dia il buon esempio e mostri, anche al resto del paese, che per riformare seriamente bisogna che alle parole segua il denaro, non il cambiamento di qualche regolamento.

Firmato: Filippo Taddei, Francesco Brindisi, Alberto Felettigh, Anna Rendina, Michele Ruta, Marco Brabanti-Brodano, Emanuele Gerratana (Economics Department, Columbia University); Giovanni Mastrobuoni, Giorgio Primiceri (Economics Department, Princeton University); Nicola Melloni (Slavonics and Economics Department, Oxford University), Matilde Bombardini, Veronica Guerrieri (Economics Department, MIT), Enrica Di Stefano (Economics Department, University of Minnesota); Nicola Lacetera (Sloan School, MIT); Mario Macis, Stefania Garetto (Economics Department, University of Chicago); Gaia Narciso (Istituto di Economia Politica, Università Bocconi); Stefano D’Addona (Columbia Business School, Columbia University); Francesco Trebbi (Economics Department, Harvard University); Francesco Landolfi (Department of Physics, New York University); Fabrizio Adriani (Economics Department, University of Bristol).

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