Economia

Legge di Bilancio: l’ombra della “scala mobile” per gli stipendi

Non è ancora legge, ma già divide. L’ipotesi di un ritorno — seppur parziale — a un sistema di adeguamento automatico degli stipendi all’inflazione è entrata nel vivo della discussione politica. Nella bozza della prossima legge di Bilancio, il governo introduce un meccanismo che riallinea gli stipendi all’aumento dei prezzi fino a un massimo del 5% annuo, nel caso in cui i contratti nazionali restino bloccati per più di due anni.

Un’idea che, nelle intenzioni di Palazzo Chigi, punta a difendere il potere d’acquisto dei lavoratori dopo tre anni di corsa dei prezzi. Ma che, inevitabilmente, evoca il fantasma della scala mobile, abolita nel 1992 dopo una lunga stagione di tensioni sociali e inflazione a doppia cifra.

Come riporta il Corriere della Sera, la norma dovrebbe entrare in vigore dal 1° gennaio 2026 e rappresenta uno dei punti più innovativi (e controversi) della manovra economica.

Due miliardi per i rinnovi contrattuali e la detassazione

Il pacchetto sul lavoro, spiegano fonti del Ministero dell’Economia, vale circa due miliardi di euro. Le risorse serviranno da un lato per incentivare la detassazione degli aumenti contrattuali nel triennio 2026-2028, e dall’altro per finanziare il nuovo automatismo in caso di stallo dei rinnovi.

L’obiettivo dichiarato è quello di sbloccare una contrattazione collettiva spesso paralizzata da anni. Oggi, secondo i dati del Cnel, oltre il 40% dei contratti nazionali è scaduto, e in molti comparti — dal commercio ai servizi — i lavoratori attendono da tempo aumenti già erosi dall’inflazione.

Per il governo, il nuovo meccanismo agirebbe da stimolo e da garanzia insieme: spingerebbe imprese e sindacati a negoziare, ma offrirebbe comunque una protezione minima ai dipendenti.

Le perplessità delle imprese

Dal fronte imprenditoriale, tuttavia, arrivano segnali di forte preoccupazione. Confindustria teme che il provvedimento, anche se limitato nel tetto e nei tempi, possa riaccendere la spirale prezzi-salari e aumentare i costi del lavoro proprio in un momento in cui la crescita rallenta.

Un automatismo generalizzato — spiegano fonti confindustriali citate dal Corriere della Sera — rischia di vanificare la contrattazione e di comprimere la produttività, scaricando sulle aziende oneri che non sempre sono in grado di sostenere.
Secondo l’associazione degli industriali, la misura potrebbe rivelarsi “una medicina con effetti collaterali”: un sollievo nel breve periodo per i lavoratori, ma una potenziale zavorra per le imprese.

Da parte sua, il Ministero dell’Economia ribatte che l’intervento ha natura “transitoria e condizionata” e che il limite del 5% serve proprio a evitare tensioni inflattive. “Non si tratta di una nuova scala mobile, ma di una rete di sicurezza che si attiva solo se la contrattazione resta bloccata”, spiegano fonti del Tesoro.

La novità degli arretrati

Un’altra disposizione inserita nella bozza, e destinata a incidere ulteriormente sui bilanci aziendali, riguarda il riconoscimento degli arretrati.

Dal 2026, ogni contratto rinnovato dovrà corrispondere gli incrementi salariali maturati durante il periodo di vacanza contrattuale. Ciò significa che, se un contratto scaduto nel 2025 venisse aggiornato nel 2028, i lavoratori avrebbero diritto agli aumenti retroattivi a partire da gennaio 2026.

Un meccanismo già applicato nel pubblico impiego, ma del tutto nuovo per il settore privato. L’obiettivo, secondo Palazzo Chigi, è quello di evitare che il ritardo nei rinnovi si traduca in una perdita strutturale di reddito per i lavoratori. Ma per molte imprese si tratta di un impegno finanziario difficile da sostenere, soprattutto nei comparti a margini ridotti.

Le simulazioni diffuse mostrano che un lavoratore con reddito fino a 20 mila euro guadagnerebbe circa 125 euro netti in più al mese, cifra che salirebbe a 275 euro per chi percepisce 28 mila euro annui e a 343 euro per redditi fino a 55 mila euro.

Sul fronte sindacale, la Cgil definisce la norma “un segnale positivo ma ancora troppo timido”, la Cisl chiede “un dialogo vero per non trasformarla in una misura simbolica”, mentre la Uil invita il governo a “estendere la tutela e rendere obbligatorio l’adeguamento per tutti i comparti”.

Tra prudenza e memoria storica

Al momento, da Palazzo Chigi prevale il silenzio. L’esecutivo si limita a ribadire che l’obiettivo non è riproporre la vecchia scala mobile, ma introdurre un meccanismo temporaneo che accompagni la contrattazione collettiva in una fase di inflazione ancora sopra il 3%. Gli economisti restano divisi. Alcuni, come evidenzia il Corriere della Sera, ritengono che la misura possa aiutare a stabilizzare i consumi interni e contenere le disuguaglianze salariali. Altri, invece, temono che anche un automatismo parziale possa generare aspettative inflazionistiche difficili da controllare.