Le Village di Credit Agricole: collaborare per innovare

2 Aprile 2019, di Redazione Wall Street Italia

di Sandra Riccio

Le Village di Milano, l'iniziativa per le start up di Credit Agricole

Nel villaggio di Crédit Agricole partner e abilitatori aiutano le start up a crescere. Ne abbiamo parlato con la responsabile Gabriella Scapicchio

Una piccola comunità di start up dedicata alle idee e all’innovazione che ha il supporto di partner e di abilitatori di rilievo. Si chiama «Le Village» ed è una nuova realtà da poco sorta nel centro di Milano su impulso del Crédit Agricole.

«È un luogo di condivisione e di contributi diffusi per la crescita innovativa del territorio» – spiega Gabriella Scapicchio, il sindaco de Le Village by Crédit Agricole milanese -. La formula del villaggio-hub ha l’obiettivo di aiutare le giovani imprese italiane a crescere ma punta anche a scoprire e a colonizzare le aree più promettenti dell’era digitale. Oggi sono già 11 le start up insediate. Nelle prossime settimane ne entreranno altre 6 per arrivare a quota 50 entro la fine dell’anno. Guardando al lato pratico, il villaggio milanese conta oggi su duecento postazioni di lavoro in 2.700 metri quadrati. Sarà sempre connesso con le altre realtà analoghe già costituite internazionalmente e che fanno parte di un ampio network di villaggi sviluppati dall’istituto francese in tutto il mondo (20 sono le start up presentate al Ces di Las Vegas, su un totale di 700 e 200 milioni di fondi raccolti nel 2017). Un vero e proprio ecosistema in cui le singole parti (start up, partner corporate e abilitatori) si aiutano tra loro dando vita a un’economia circolare che trova la sua definizione nel concetto di «collaborare per innovare».

Come avviene la selezione delle start up?

«Come prima cosa, le giovani aziende devono operare principalmente, ma non esclusivamente, in sette diversi ambiti definiti le “7F”: 3 legate alle eccellenze italiane del territorio (Food, Fashion, Furniture), 3 a settori inerenti al gruppo Crédit Agricole (Fintech/Insurtech, Future mobility, France) e, ultimo, il settore farmaceutico.I criteri più importanti nella scelta delle candidate sono quelli che riguardano il grado di innovazione dell’impresa e del prodotto o servizio che offre. Così come la sua anzianità e la scalabilità del modello. Serve poi un fatturato minimo all’ingresso che è di 25 mila euro circa. Non è però una soglia stringente e nella selezione viene considerata anche la presenza di un fundraising significativo precedente. Il team selezionatore è composto dal “Sindaco” del villaggio, insieme ai partner, agli abilitatori e ad alcune delle 12 business unit del gruppo CA».

Chi sono gli startupper?

«È una popolazione eterogenea. Non sono necessariamente giovani appassionati di tecnologia. Tra gli imprenditori del villaggio ci sono anche ex-manager con una propria idea da sviluppare, così come l’imprenditore 50enne».

Una volta che la start-up è entrata nel villaggio, che aiuti ottiene dai partner e dagli abilitatori?

«Mentoring, programmi di formazione, coaching, incontri di matching con investitori e aziende corporate, supporto al fundraising e all’internazionalizzazione. Sono solo alcuni dei servizi e prodotti messi a disposizioni delle giovani aziende. Il tutto è offerto pro-bono dai partner e dagli abilitatori. Sono previsti due tipi di accompagnamento, uno è individuale mentre il secondo è collettivo. Quest’ultimo riguarda tematiche generali che interessano tutte le start-up residenti nel villaggio.
È il caso delle competenze sulla raccolta fondi o sulle strategie di marketing. Su questi temi sono previsti work shop bi-settimanali che sono erogati dai partner e dagli abilitatori. Più specifico è, invece, l’accompagnamento individuale. Ogni singola start-up ha esigenze proprie, in base al proprio grado di maturità. Per fare un esempio, un bisogno può essere quello di sviluppare il proprio business anche in Spagna. In questo caso, la giovane azienda sarà affiancata da un partner del gruppo che offre questo tipo di supporto. Un caso frequente è quello della consulenza sul business plan su cui intervengono realtà di consulenza tra i big internazionali che fanno parte della nostra rete».

Quanto tempo dura il supporto del villaggio?

«Le start up risiedono per massimo due anni nel villaggio, il tempo necessario e sufficiente per vedere i risultati. L’azienda è però monitorata tutto il periodo».

Che rapporto avete con queste aziende  e come ci guadagnate?

«Non abbiamo quote nelle società. Semplicemente queste pagano una quota mensile per poter risiedere nel villaggio. Va dai 360 ai 500 euro. È una membership che include, oltre all’erogazione di spazi, anche i sopracitati servizi di formazione. Non abbiamo un obiettivo di profitto ma quello di sostenere l’innovazione e di accelerare i processi di innovazione delle società partner. Certo mettendo insieme le forze di tutti, riusciamo anche ad avere un occhio sempre puntato sui cambiamenti in corso».

C’è spazio di crescita le start-up in Italia?

«Milano è una porta importante su questo ambito che in Italia è ancora indietro. Potrà quindi attirare nuovi investitori. La nostra speranza è di poter far arrivare a Milano i grandi nomi internazionali».

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di marzo del magazine Wall Street Italia