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L’internazionalizzazione delle aziende italiane aumenta del 35%: una scelta che paga

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Le aziende italiane si sono dimostrate flessibili nell’affrontare la pandemia, con più del 35% che ha modificato le proprie strategie di internazionalizzazione o sta prendendo in considerazione la possibilità di farlo. Una scelta che ha migliorato la redditività delle imprese che hanno attuato tale strategia. Questo è quanto emerge dalla seconda edizione dello studio “Italy goes global”, commissionato da HSBC e uno dei più approfonditi mai condotti nel paese.

Dallo studio si evince che, se da un lato il numero di aziende che ha dichiarato di avere una presenza all’estero è leggermente diminuito (dal 71,3% nel 2019 al 70,9% nel 2020), dall’altro molte delle oltre 800 grandi e medie imprese italiane intervistate hanno intrapreso strade alternative, anche con una presenza più leggera, per cogliere le opportunità di business. Tra i principali trend emergenti si nota quello relativo a una maggiore attenzione all’e-commerce, tanto che si registra un incremento del numero di aziende che riportano un aumento delle vendite dell’e-commerce in questo canale a livello europeo (+38,2%), e anche fuori regione (+24,6% per i mercati extra-europei).

La ricerca, coordinata dal Professor Daniele Marini dell’Università di Padova, evidenzia che la propensione a rivedere le proprie strategie di internazionalizzazione è presente soprattutto nelle grandi imprese con oltre 250 dipendenti e in quelle con un fatturato superiore ai 200 milioni di euro l’anno. Le aziende che stanno rivalutando le loro strategie di internazionalizzazione sono attive prevalentemente nel settore manifatturiero e sono localizzate nel Nord-Est e nelle Isole.

Il valore dell’internazionalizzazione

Analizzando i principali indicatori di performance delle aziende italiane, dalla ricerca si evince che le imprese più internazionalizzate – ovvero quelle che hanno sia una forte propensione ad esportare sia una presenza in almeno cinque mercati esteri – presentano una redditività superiore, che rende loro uno degli asset più rilevanti per l’economia italiana. Se da un lato la crisi ha messo in evidenza la necessità di accorciare le filiere produttive – solo il 7,3% delle imprese che hanno rapporti con i mercati esteri ha continuato a trasferire parte della produzione all’estero -, dall’altro un esiguo 2,4% delle imprese ha completamente riportato la produzione in Italia.

Nonostante le sfide legate alla pandemia, le grandi imprese italiane hanno continuato a cogliere opportunità di business all’estero: in media, e in una percentuale quasi invariata, il 18,1% delle loro vendite è stato realizzato nell’UE (2019: 8,2%) e il 13,7% fuori regione (2019: 13,5%). Alcune industrie, soprattutto all’interno del settore manifatturiero, sono addirittura riuscite ad aumentare il loro orientamento internazionale durante la pandemia: il settore metalmeccanico ha registrato un incremento delle vendite a livello europeo dal 34,8% nel 2019 al 40,4% nel 2020; i settori più rappresentativi del “Made in Italy” all’estero (settore tessile e moda) hanno assistito a un aumento analogo in Europa (dal 30,5% al 36,7%), con una crescita ancora più marcata fuori regione (dal 25,7% al 34,3%).

Le destinazioni preferite

Dallo studio emerge che durante la pandemia le preferenze delle aziende rispetto ai principali mercati di sbocco sono cambiate, e si afferma un modello di globalizzazione sempre più regionalizzata. In Europa, il mercato tedesco viene sempre più spesso citato tra le due destinazioni più importanti, guadagnando un’importanza ancora più significativa rispetto alle rilevazioni precedenti (dal 27,7% nel 2019 al 31,7% nel 2020). Allo stesso tempo, pur mantenendo il secondo posto, la rilevanza della Francia per le aziende italiane si è ridotta (dal 23,3% al 22,5%), con una tendenza simile registrata anche per la Spagna, paese che occupa la quarta posizione (dal 10,1% all’8,3%). La popolarità del Regno Unito, al terzo posto, è passata dal 9% al 9,4%.

Tra i Paesi extra-UE si riscontrano variazioni di importanza ancora più rilevanti, con il Nord America che ha spodestato Russia e altri Paesi europei al di fuori del blocco commerciale dalle prime posizioni. Stati Uniti, Canada, Messico adesso vengono citati dal 26,9% delle aziende intervistate come primo o secondo mercato di sbocco più importante (5,2% nel 2019). L’importanza dei paesi extra-UE ha registrato un forte calo, dal 47,9% al 16,6%, mentre le percentuali di paesi arabi e mediorientali sono quasi raddoppiate (12,8% nel 2020 rispetto al 6,5% nel 2019). Un trend simile si riscontra per la Cina, attualmente indicato dal 12% degli intervistati come uno dei più rilevanti mercati di sbocco (5,4% nel 2019).