Istat: Italia, addio a piccola borghesia e proletariato

17 Maggio 2017, di Mariangela Tessa

Un paese sempre più vecchio, in cui crescono le disuguaglianze e che, complice la crisi, ha visto scomparire la classe piccolo borghese e operaia. Ormai 6,4 milioni di italiani sono senza un impiego e le famiglie italiane si suddividono in nove grandi gruppi sociali: i più corposi sono quelli delle famiglie di impiegati e di operai in pensione.

È una fotografia poco incoraggiante, seppur non sorprendente, quella che scatta l’Istat nel suo ultimo rapporto annuale in cui traccia  una nuova mappa socio-economica dell’Italia, dividendo il Paese in nove gruppi in base al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza e non guardando così più solo alla professione, come nelle tradizionali classificazioni.

I due sottoinsiemi più numerosi sono quelli delle ‘famiglie di impiegati’, appartenete alla fascia benestante (4,6 milioni di nuclei per un totale di 12,2 milioni di persone) e delle ‘famiglie degli operai in pensione’, fascia a reddito medio (5,8 milioni per un totale di oltre 10,5 milioni di persone).

Nel complesso, fa sapere il presidente dell’Istat Giorgio Alleva, le persone in cerca di occupazione si riducono a circa 3 milioni” nel 2016, ma “se si sommano ai disoccupati le forze di lavoro potenziali, vale a dire le persone che vorrebbero lavorare ma non hanno cercato lavoro, le persone interessate a lavorare ammontano a 6,4 milioni”.

Le più sfavorite economicamente sono le famiglie a basso reddito

Per l’Istat il gruppo più svantaggiato economicamente è quello delle “famiglie a basso reddito con stranieri” (1,8 milioni pari a 4,7 milioni di persone), seguono le ‘famiglie a basso reddito di soli italiani’ (1,9 milioni che comprendono 8,3 milioni di soggetti), le meno numerose ‘famiglie tradizionali della provincia’ e il gruppo che riunisce “anziane sole e giovani disoccupati”.

A reddito medio sono invece considerate oltre alle famiglie di operai in pensione, quelle di ‘giovani blu collar’ (2,9 milioni, pari a 6,2 milioni di persone). Nell’area dei benestanti, l’Istat inserisce oltre alle ‘famiglie di impiegati’, quelle etichettate ‘pensioni d’argento’ (2,4 milioni, per 5,2 milioni di persone). Il primo posto sul podio dei più ricchi spetta alla ‘classe dirigente’ (1,8 milioni di famiglie, pari a 4,6 milioni di persone).

La diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi” si legge nel Rapporto dell’Istat secondo cui “la crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni ma anche all’interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all’interno di esse”.

Ecco gli altri risultati principali dello studio Istat:

  • Giovani a casa dai genitori – Quasi sette giovani under35 su dieci vivono ancora nella famiglia di origine. L’Istituto spiega che nel 2016 i 15-34enni che stanno a casa dei genitori sono precisamente il 68,1% dei coetanei, corrispondenti a 8,6 milioni di individui.
  • Crescono le famiglie senza lavoro – In Italia nel 2016 si contanocirca 3 milioni 590 mila famiglie senza redditi da lavoro, ovvero dove non ci sono occupati o pensionati da lavoro.
  • Non è un Paese per giovani – Al 1 gennaio 2017 la quota di individui di 65 anni e più ha raggiunto il 22%, collocando il nostro Paese al livello più alto nell’Unione Europea e “tra quelli a più elevato invecchiamento al mondo”.
  • Carrello della spesa – La spesa per consumi delle famiglie ricche, della ‘classe dirigente’, è più che doppia rispetto a quella dei nuclei all’ultimo gradino della piramide disegnata dall’Istat, ovvero ‘le famiglie a basso reddito con stranieri’. L’Istituto per le prime rileva esborsi mensili pari a 3.810 euro, contro i 1.697 delle fascia più svantaggiata economicamente.
  • Gli stranieri – Sono 5 milioni gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2017, e prevalentemente vivono al Centro-nord. La collettività rumena è di gran lunga la più numerosa (quasi il 23% degli stranieri in Italia); seguono i cittadini albanesi (9,3%) e quelli marocchini (8,7%).