Intesa San Paolo fa da apripista a nuovo modello governance

10 Agosto 2015, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – Pioniera in Italia ad adottare il duale, 8 anni fa, in occasione della fusione col Sanpaolo, Intesa cambia strada. E’ di pochi giorni fa l’adozione da parte della banca italiana di un modello di governance inedito nel nostro paese, il monistico anglosassone: un solo board (al posto dei consigli di sorveglianza e di gestione), che concentra le funzioni di supervisione strategica, gestione e controllo, e niente collegio sindacale.

Il sistema monistico, che si distingue dal sistema tradizionale per l’assenza del Collegio Sindacale, è stato scelto perché ritenuto corrispondente ai modelli largamente seguiti in molti Paesi esteri e quello in grado di migliorare ulteriormente la qualità della governance attuale. ‘E’ una proposta che non pretende di essere il modello ideale ma quello in grado di migliorare la situazione presente e prospettica della banca”, ha spiegato il presidente del Cds Giovanni Bazoli.

In mancanza di riferimenti legislativi in Italia, il modello monistico dovrà scriverlo Intesa Sanpaolo col nuovo statuto. Ci lavorerà il consiglio di gestione e lo presenterà al CdA il prossimo 15 ottobre. A quel punto ci saranno da aspettare 90 giorni per il via libera della Bce e a gennaio si terrà l’assemblea straordinaria per il varo.

Con la governance rinnovata i soci a fine aprile saranno chiamati a nominare il board unico: avrà 19 componenti contro i 29 dei due consigli attuali.

Quali i vantaggi? Secondo Bazoli, quello duale sarebbe “il modello più semplice, risolve al meglio il tema dell’efficienza della banca anche se a danno del controllo”.

Secondo quanto scrive Luigi Zingales, professore di finanza all’Università di Chicago, in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore, “il fatto che la maggior società italiana per capitalizzazione, non certo innamorata della governance anglosassone, scelga proprio il modello anglosassone di governance, un modello che riduce, invece che moltiplicare, il numero di poltrone a disposizione, deve fare riflettere. È forse questo il destino del sistema tradizionale di governance italiano, con un consiglio di amministrazione, incaricato della gestione, e un collegio sindacale, incaricato del controllo? ”

“Storicamente – continua l’articolo – l’idea di avere un organo di controllo separato da quello di gestione aveva una sua profonda ragion d’essere. Specialmente in società a controllo familiare dove non esisteva un revisore esterno e dove il pater familias disponeva di un controllo eccessivo. I sindaci, per esempio, non hanno un rapporto fiduciario nei confronti degli azionisti, ma nei confronti della società: devono tutelare il patrimonio sociale anche nell’interesse dei creditori. Almeno in linea di principio, questo dovere fiduciario tutela l’interesse dei creditori, prevenendo che siano espropriati dal padre-padrone di un’impresa sull’orlo dell’insolvenza”.

“La domanda è se queste funzioni hanno ancora una loro ragione d’essere in società a capitale diffuso (come Banca Intesa), dove esistono revisori esterni e dove gli amministratori devono comunque tener conto dell’interesse dei creditori quando una società è a rischio di insolvenza”. (mt)