Il senso complessivo di una IPO

18 Settembre 2017, di Luciano Martinoli

La IPO, ovvero Initial Public Offering è, secondo la definizione disponibile sul sito di Borsa italiana, “lo strumento attraverso il quale una società ottiene la diffusione dei titoli tra il pubblico, che è requisito necessario per ottenere la quotazione dei propri titoli su un mercato regolamentato“. Dunque il primo passo per quotarsi in borsa.

Una recente IPO di una importante azienda italiana, di cui i giornali parlano da settimane, è l’occasione per alcuni riflessioni su questa tipologia di attività finanziarie. Non farò il nome dell’azienda, anche se è facilmente intuibile, perché lo scopo non è criticarla ma sollecitare un dibattito su certe tipologie di operazioni.

Iniziamo dal principio: perché un’azienda decide di quotarsi?

Storicamente la borsa azionaria si sviluppò negli USA tra la fine dell’ 800 e l’inizio dell ‘900 come sistema di finanziamento di imprese, sopratutto infrastrutturali (ferrovie, strade, poi petrolio, ecc.) che avevano bisogno d una massa di capitali che non era nelle disponibilità di singoli individui, famiglie o reti di partner. L’accesso al mercato consentiva dunque di raccogliere quei capitali a fronte di progetti che, una volta realizzati, avrebbero permesso lo sviluppo dell’azienda e, di conseguenza, la remunerazione del capitale (dividendi agli azionisti, aumento del valore dell’azione).

Col tempo a questo, che dovrebbe restare il motivo principale, se ne sono aggiunti altri.
Sempre dal sito della Borsa italiana:

  • ampliare e diversificare le fonti finanziarie
  • espandere la rete di relazioni aziendali
  • ottenere una valutazione di mercato
  • rendere trasparenti gli obiettivi e visibili i risultati del management
    e altro ancora

Da questa breve lista si capisce come gli interessi del potenziale investitore, che acquista le azioni, e l’azienda che le offre iniziano a divergere quando ci si scosta dalla “madre” di tutte le motivazioni: la bontà del progetto da realizzare.
Infatti che legame forte ci può essere tra una “ampliamento e diversificazione delle fonti finanziarie”, la “espansione della rete di relazioni aziendali”, la “valutazione di mercato” ecc. con i futuri dividendi e aumento del titolo senza un progetto che ne illustri le connessioni?

Torniamo al caso specifico. Qualche giorno fa è stato pubblicato su alcuni quotidiani nazionali il “Prospetto Informativo” per questa IPO, documento obbligatorio che illustra le caratteristiche dell’operazione.

Tra le varie informazioni tecniche, se vogliamo di forma, che i prospetti informativi contengono, ve ne è uno di sostanza per l’investitore che, purtroppo, invece di fare la parte del leone con dovizia di particolari è quasi sempre glissato. Parlo della sezione “Motivazione dell’offerta e impiego dei proventi“, ovvero perchè si chiedono soldi e cosa ci si farà col denaro raccolto.

Anche questo caso non fa eccezione e su oltre 200 righe di Prospetto Informativo quelle dedicate a questo paragrafo, che secondo me è il più importante (sarò forse un inguaribile romantico nostalgico dei bei tempi andati?), sono solo 7.
Ecco la parte più esplicita a riguardo:

Dal momento che le Azioni oggetto dell’Offerta Globale di Vendita sono poste esclusivamente in vendita dall’Azionista Venditore, dall’operazione non deriveranno proventi a favore dell’Emittente.
I proventi residui a seguito dell’integrale rimborso del finanziamento XXX (il socio proprietario dell’azienda N.d.R.), al netto degli oneri fiscali e di eventuali costi dell’offerta, saranno trattenuti da XXX…

Tradotto in soldoni, chi compra le azioni diventa sì azionista dell’azienda ma i soldi non vanno nelle casse di questa bensì nelle tasche del socio che vende. Dalla seconda affermazione si capisce che l’azienda è indebitata verso il socio.

Ulteriori informazioni tecnico finanziarie sono disponibili sulla nota informativa che si trova sul sito dell’azienda, ma non è disponibile un “progetto aziendale” (Business Plan) che dovrebbe illustrare i vantaggi per un investitore a diventare socio. Anche chiamando il numero verde che l’azienda ha messo a disposizione per lo scopo, cosa che ho fatto, viene confermato che un Business Plan pubblico non c’è.

Fermo restando che l’operazione è lecita e conforme alle prassi di mercato, alcune domande sorgono spontanee da parte di un investitore “di strada”:

  • Perché diventare soci di un’azienda indebitata verso il socio?
  • Perché il socio vende le azioni sue invece di diluirsi per far affluire i soldi in azienda (e ripagare debiti, fare investimenti, ecc.)?
  • Chi continua a gestire l’azienda sarà pure un mago, ma visto che ha indebitato l’azienda perché credergli ancora?
  • Quali sono i progetti pubblici (contenuti in un Business Plan), e non i gossip da salotto degli investitori professionali, sui quali l’azienda si impegna di fronte al mercato per il suo prossimo sviluppo?

La lista potrebbe continuare ma mi sembra sufficientemente significativa per poter trarre la conclusione che questa IPO più che servire al “mercato” (fatta eccezione del salotto buono degli investitori) serve ai soci dell’azienda. Poi non dubito che sarà un successo (perchè il “momento è favorevole”, gli investitori devono pur mettere i soldi da qualche parte, perché le relazioni dell’azienda e del socio col mondo finanziario sono buone, ecc.) ma cosa torna di questa operazione al dipendente di quell’impresa in termini di investimenti e sviluppo? E al piccolo investitore che che vorrebbe capire cosa di concreto acquista? E ai nostri soldi che, attraverso la partecipazione in fondi azionari, di sicuro confluiranno anche nelle tasche di quel socio con la speranza che il nostro gestore venda prima di eventuali tracolli?

Purtroppo operazioni di questo tipo ve ne sono state e ce ne saranno ancora numerose. Il loro senso economico e, allargando, sociale è davvero scarso a dimostrazione di come ormai la finanza non serva più l’economia reale ma solo la finanza stessa (e l’economia è solo una scusa).

Non c’è più speranza?

Non direi, una strada per ricostruire l’allineamento tra finanza ed economia reale esiste ed è , per le attività finanziarie a supporto dell’impresa, che questa ultima firmi “col sangue” (ovvero pubblicamente) il progetto che intende realizzare e si impegni ad aggiornarlo (anche modificandolo pesantemente). Inoltre che la finanza finalmente si attrezzi seriamente nel saper valutare “scientificamente”, e non per sentito dire, per il parere degli “esperti”, per estrapolazioni statistiche, ecc., tali progetti di sviluppo.

In assenza quel gioco delle figurine che è diventata la finanza servirà solo a chi partecipa al gioco e non a risolvere gli impellenti problemi che affliggono la stragrande maggioranza delle persone (da questa come dall’altra parte dell’Atlantico).