Il boomerang della tassa sulle transazioni finanziarie

19 Settembre 2011, di Redazione Wall Street Italia

New York – Prima gli aiuti alle banche a corto di credito, poi agli stati indebitati. La crisi e’ gia’ costata molto caro ai contribuenti d’Europa. Non stupisce, pertanto, che siano tanti i governi riluttanti a prendere in considerazione piani simili per mettere fine alla crisi dell’area euro.

Germania e Francia in particolare, ricorda l’Economist sul suo blog, vogliono che ora sia qualcun altro a pagare. E chi meglio dei banchieri senza scrupoli e gli speculatori, che secondo le autorita’ politiche, sono i primi responsabili del caos in cui si trova la regione?

Aprire ancora il portafoglio dei cittadini (ampliando le capacita’ del fondo salvastati di emergenza EFSF) o seguire la strada degli Eurobond, al momento non e’ nell’agenda delle soluzioni che sembrano realisticamente percorribili.

Ecco che allora e’ spuntata l’idea di una tassa sulle transazioni finanziarie. In realta’ la misura e’ in voga non solo dallo scoppio della crisi, due anni fa, quando i primi problemi fiscali della Grecia sono venuti alla luce, ma fin da quando ne discusse decine di anni fa il premio Nobel James Tobin.

Non e’ un caso che dopo tanti anni in cui se ne discute non sia mai stata messa in atto. Presenta infatti un problema insormontabile: in un mondo globalmente interconnesso a livello finanziario, una tassa di questo tipo deve essere globale se non si vuole che i mercati spostino le proprie operazioni dove non saranno tassati.

Come ricordato dal segretario del Tesoro Usa Timothy Geithner ai ministri delle finanze europei venerdi’ scorso, in un incontro poco cordiale a Breslavia, in Polonia, gli Stati Uniti sono contrari alla norma, che aumenterebbe il costo del capitale e indebolirebbe una gia’ fragile ripresa dell’economia.

Parigi e Berlino sembrano intenzionati a continuare per la loro strada. La scorsa settimana hanno lanciato un appello perche’ l’Unione Europea da solo imponga la discussa tassa.

Anche la Commissione Europea si e’ espressa a favore della soluzione e lancera’ una proposta ufficiale nelle prossime settimane. Il commissario Michel Barnier ha fatto sapere che la misura sara’ “tecnicamente semplice”, economicamente sostenibile dal settore finanziarrio, finanzialmente produttiva e politicamente giusta”. Tuttavia non ha offerto alcuna cifra sulla percentuale che verra’ chiesta. La Tobin Tax nella sua versione originaria prevede un prelievo che puo’ passare dallo 0,05% allo 0,5%.

L’Europa e’ divisa. Polonia e Gran Bretagna, ad esempio, non sono affatto convinti che ce ne sia bisogno. E se Londra dovessere essere esclusa dalla misura, l’effetto rischia di essere controproducente. Ne sa qualcosa la Svezia, che negli anni in cui impose una tassa sulle transazioni finanziarie, vide gran parte delle attivita’ sui derivati e sui bond fare le valigie per trasfersi nella City.

Non sarebbe la prima volta che nel tentativo di colpire i banchieri la Germania finisce per spararsi nei piedi. Quando ha espresso la volonta’ di far pagare al settore finanziario una quota della seconda tranche di aiuti alla Grecia che deve ancora essere approvata, ha finito per provocare ritardi e destabilizzando i mercati.

Il risentimento verso i banchieri e il desiderio di proteggere i contribuenti e’ comprensibile. Ma proprio la risposta poco tempestiva e incerta dei governi dell’area euro e’ stata finora uno dei motivi principali per i quali non si e’ arrivati a una soluzione. E se non si fa qualcosa in fretta, i cittadini rischiano di pagarne le conseguenze.

Per farlo bisogna rompere due cicli viziosi vanno interroti: tra le banche che stanno per fare crack e i governi indebitati e tra i mercati gettati nel panico e gli esecutivi esitanti. Un’Unione Europea che tassi le transazioni finanziarie non aiutera’ ne’ l’una ne’ l’altra. Per ora, sottolinea l’Economist, e’ solo una distrazione e potrebbe peggiorare le cose.