Idrogeno verde: che cosa è, perché è importate nella transizione energetica

17 Marzo 2021, di Mariangela Tessa

Mentre l’Europa accelera sulla transizione verso un’economia green, si sente parlare sempre più spesso del ruolo chiave dell’idrogeno verde come alleato per decarbonizzare alcuni settori come, ad esempio, alcuni settori chimici, alcuni settori industriali più energivori (acciaio e cemento), l’aviazione e la navigazione.

Sono numerosi gli studi, che indicano l’idrogeno come un elemento essenziale per accelerare la transizione energetica e generare importanti vantaggi socioeconomici e ambientali arrivando a coprire il 24% della domanda finale di energia, oltre a contribuire alla riduzione totale di 560 milioni di tonnellate di CO2.

Tuttavia c’è idrogeno e idrogeno. L’idrogeno può essere prodotto in molti modi e ad ognuno corrisponde una quota diversa di emissioni. Il vero obiettivo è di incrementare la produzione dell’idrogeno verde,  quella ottenuto tramite energia rinnovabile.

L’unico idrogeno sostenibile al 100%, ovvero quello definito “verde”, o “green hydrogen”, viene ottenuto mediante l’elettrolisi dell’acqua in speciali celle elettrochimiche alimentate da elettricità da fonti rinnovabili. Un settore in cui l’Italia gioca un ruolo di leadership.

Secondo l’analisi, dal titolo H2 Italy 2050, realizzata da  The European House-Ambrosetti in collaborazione con Snam, l’Italia potrebbe diventare un hub di energia pulita per l’Eurozona importando l’idrogeno verde dal Nord Africa ad un prezzo inferiore del 10-15% rispetto a quanto costerebbe produrlo localmente.  Secondo gli analisti l’idrogeno potrebbe rappresentare il 23% della domanda energetica italiana entro il 2050, riducendo da solo le emissioni nocive del 28% rispetto ai livelli attuali. L’industria potrebbe generare ricavi in ​​30 anni per un valore fino a 1,5 miliardi di miliardi di euro e creare fino a 540.000 nuovi posti di lavoro entro il 2050.

Perché l’Unione europea punta sull’idrogeno

L’idrogeno è considerato dalla Commissione europea non solo un pilastro della ripartenza economica sostenibile dalla Covid-19. Ma è ritenuto un fattore chiave nel percorso di transizione energetica per il rispetto degli impegni assunti nel 2015 con la firma dell’Accordo di Parigi e il raggiungimento della neutralità climatica al 2050.

L’obiettivo della Ue è arrivare a farlo crescere fino al 13-14 per cento del mix energetico complessivo del Vecchio Continente entro il 2050 (oggi rappresenta meno del 2%  contro il 90% rappresentato da prodotto da fonti fossili, che dunque producono emissioni).