Sindacato, malato grave, clinicamente morto mentre TAR è ancora vivo

26 Maggio 2017, di Giovanni Falcone

Qualche tempo addietro, un Sindacato, non ricordo bene quale sigla, arrivò a lamentare con una protesta pubblica un “eccesso produttivo” del nuovo direttore della Reggia di Caserta, nominato dal Ministero dei beni culturali al termine di un concorso pubblico indetto, per la prima volta,  su scala planetaria.

Con quella protesta pensai che fossimo arrivati al capolinea del buon senso, capolinea della tolleranza!

Trovare un eccellente manager in grado di valorizzare e mettere a profitto una risorsa pubblica non basta, o almeno, può non bastare con un sindacato di tal fatta, nel mentre si registra un incremento di presenze e fatturato di circa il 20% negli incassi dei Musei al termine del primo anno post assunzioni.

Tutti diciamo che bisogna cambiare le regole per non vedere più dei dipendenti pubblici che timbrano in mutande la loro presenza in ufficio. Quando si arriva a difendere l’indifendibile secondo un sentire comune, ci si chiede: potranno bastare le riforme che pure sono indispensabili, per fare cambiare verso a questo sventurato Paese?
La pretesa a voler trattare l’azione del Governo, peraltro impropriamente consentita da una classe politica pavida che non si è mai voluta pienamente assumere la responsabilità delle proprie scelte, l’ostilità preconcetta ampiamente manifestata ad ogni sorta di cambiamento, dall’articolo 18 alla riforma della scuola, solo per citarne alcune, stanno lì a dimostrare l’enorme difficoltà in assenza di una consapevolezza condivisa delle cose da fare.

Per diagnosticare una malattia cronica del nostro sindacato, possiamo anche andare indietro negli anni, senza soffermarci ad una lettura sommaria e superficiale e possiamo vedere che l’andazzo non è cambiato, anzi!

Vi pare normale vedere pensioni pubbliche da 50/60mila euro al mese – non solo ex politici ma papaveri di varia estrazione e natura – e dall’altro trattamenti pensionistici da 400/500 euro, da non consentire neanche una dignitosa sopravvivenza.
Dove stava il sindacato quando venivano approvate queste amenità legislative che oggi la stessa Corte costituzionale chiama “diritti acquisiti” e non più correttamente “privilegi rubati”?

Impossibile attendersi una risposta da parte di un organismo in coma da molto tempo e, per la fortuna di tutti, ormai clinicamente morto come quel sindacato che lamenta l’eccesso d’impegno di un dirigente.
Fino a ieri ero addirittura fiducioso della risposta che si sta cercando di dare per far funzionare questo pachiderma della Pubblica amministrazione.

Oggi apprendo che ci sono stati dei ricorsi da parte di funzionari esclusi e che il TAR sembra avergli dato ragione a dimostrazione che se è morto il Sindacato il TAR è ancora vivo e vegeto.

Aspettiamo di conoscere le motivazioni.

Incrociamo le dita, l’Italia non può più aspettare.