Frodi investitori, Wall Street cancella 100 società cinesi

11 Gennaio 2013, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – L’antico braccio di ferro economico tra gli Stati Uniti e la Cina si sposta a Wall Street, dove un centinaio di aziende della Repubblica popolare sono state cancellate dai listini con l’accusa di frodi ai danni degli investitori.

Miliardi di dollari bruciati da compagnie che truccavano i conti, producevano poco o nulla, e vendevano beni senza neppure informare gli azionisti. Il provvedimento è stato preso dalla presidentessa uscente della Securities and Exchange Commission, Mary Schapiro, dopo che per oltre sei mesi ha cercato inutilmente di convincere le autorità di Pechino a collaborare con la sua inchiesta, e recuperare almeno in parte le perdite.

La vicenda è cominciata verso la fine del decennio scorso, quando molti investitori americani volevano fare profitti sfruttando il boom economico cinese, e le imprese della Repubblica Popolare erano felici di recuperare capitali che le aiutassero a crescere. Il risultato fu un’invasione dei listini di Wall Street e del Nasdaq, facilitata da concessioni che acceleravano l’ingresso in Borsa.

Il meccanismo più utilizzato era quello della «reverse merger», ossia la fusione con una compagnia dormiente, già registrata presso la Sec. Questo evitava alle aziende di Pechino tutta una serie di ostacoli burocratici, aprendo in fretta la porta dello Stock Exchange.

I problemi sono cominciati ad emergere l’anno scorso, dopo che diversi piccoli e grandi investitori americani avevano pompato miliardi di dollari in queste nuove opportunità. Per esempio si è scoperto che la Puda Coal, una compagnia mineraria della Cina rurale, aveva venduto tutti i suoi centri per l’estrazione del carbone senza dire nulla ai propri azionisti. In altre parole, era diventata un contenitore vuoto. Le contrattazioni sui suoi titoli erano state sospese, e chiunque ci aveva scommesso su aveva perso tutto.

Discorso simile per la China Integrated Energy, una grande impresa che in teoria doveva produrre 100.000 tonnellate di biodiesel l’anno. Jon Carnes, uno «short seller», si era fatto venire qualche dubbio, e aveva mandato degli investigatori muniti di telecamera davanti ad una fabbrica nella remota città di Tongchuan. Risultato: nel corso di quattro mesi, solo sei camion si erano fermati per raccogliere e trasportare materiali.

In teoria, queste aziende per essere quotate a Wall Street dovevano sottoporsi agli stessi controlli di quelle americane, e quindi all’esame delle società di revisione. La realtà è che da una parte le società di revisione non hanno fatto bene il loro lavoro, e dall’altra gli schermi alzati dalle autorità della Repubblica Popolare hanno consentito ai manager di truccare i conti e le stime come preferivano.

Nel luglio scorso Mary Shapiro è andata a Pechino per chiedere chiarimenti su una quarantina di casi documentati di frodi. Ha incontrato il vice premier Wang Qishan, ma si è vista chiudere rapidamente la porta in faccia. Per mesi ha cercato di riaprire il filo della trattativa, nella speranza che i cinesi accettassero di collaborare, ma tutto è stato inutile.

Quindi a dicembre, quando il suo mandato è scaduto, ha deciso di passare all’azione. Un centinaio di compagnie della Repubblica Popolare sono state cancellate dai listini, tanto a Wall Street quanto al Nasdaq, dove il ceo Robert Greifeld si è giustificato dicendo che le informazioni ricevute sulle aziende accettate in passato erano truccate e impossibili da verificare.

Recuperare i miliardi persi a questo punto sembra impossibile, ma la Sec vuole quanto meno bloccare un imbroglio che si aggiunge alle già troppe dispute economiche con Pechino.

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