Fiscal Cliff, primo atto. Alert Ocse: rischio recessione “solo rinviato”

2 Gennaio 2013, di Redazione Wall Street Italia

New York – Tanto tuonò che piovve. L’America ha evitato nella notte la sua maledizione dei Maya: il fiscal cliff. La Camera dei Rappresentanti ha varato al fotofinish l’accordo per evitare l’aumento automatico e indiscriminato delle tasse e dei tagli alla spesa pubblica che sarebbe scattato da oggi. Tradotto: ad essere evitato è stato un vero e proprio disastro economico, che avrebbe quasi certamente portato gli Stati Uniti verso una nuova recessione.

Il Congressional Budget Office (CBO) ha calcolato che le misure votate questa notte determineranno, lungo l’arco temporale convenzionale di un decennio, aumenti di entrate per 620 miliardi di dollari e tagli di spesa per 15 miliardi, con un rapporto quindi di 41:1 tra le prime e le seconde.

Verrà innalzata la tassazione sui redditi annui oltre i 450.000 dollari. Aumenterà dal 35% al 40% l’aliquota sulla tassa di successione per le proprietà che superano il valore di 10 milioni di dollari, ma sono state prorogate le indennità di disoccupazione di lungo periodo fino a fine 2013, e per cinque anni anche i crediti di imposta per chi ha figli e per gli studenti che devono pagare il college. Sono stati confermati gli sgravi fiscali per famiglie della classe media e sono rese permanenti le aliquote della minimum tax.

Qualche strategist osserva che “si tratta di un’intesa parziale” in quanto “non affronta assolutamente il nodo dei tagli alla spesa pubblica, che sarà oggetto di un nuovo negoziato da qui alla fine di febbraio”. In particolare segnalano gli analisti della società Bianco Research il dibattito su come ridurre il debito pubblico è stato molto acceso Oltreoceano negli ultimi due secoli.

“Nel corso del 1900 ci sono state due guerre mondiali e la Grande Depressione a deprimere la situazione”, osservano, ricordando che il trend che ha alimentato la crescita del debito pubblico in America è stato avviato nel 1970 per poi accelerare nel decennio successivo senza mai essere invertito fino alla fine degli anni ’90, e poi ha ripreso a crescere di nuovo.

Ma cercare similitudini fra quanto accaduto allora e oggi potrebbe aiutare in quanto negli anni ’70 gli Stati Uniti tagliarono le tasse e alzarono le spese per la difesa. Negli anni 90 quando ci fu un ritorno al surplus, la ripresa dell’economia fu accompagnata da un aumento delle tasse. Siamo di fronte a un punto di svolta, viene da chiedersi. Da qui a fine febbraio avremo la risposta.

Arriva intanto l’alert di Pier Carlo Padoan, capo economista dell’Ocse: “Per ora è stato evitato il rischio di un collasso fiscale che avrebbe portato l’economia Usa in recessione, ma è un rischio solo rinviato”.

Secondo Padoan “un piccolo effetto recessivo in ogni caso ci sarà, perchè l’ammontare del taglio di bilancio implicito in queste misure rimane parziale” e “il ciclo economico americano continuerà a essere debole, con ripercussioni globali”.

In una intervista su Rai Radio 1, Padoan ha spiegato che “le decisioni sono rinviate di due mesi e questo aggiunge incertezza a incertezza, e l’incertezza ha un costo. Le decisioni di investimento dei privati vengono rinviate e questo significa che il ciclo economico americano continuerà a essere debole, con ripercussioni globali”.