Fallimenti ed aiuti in Italia

1 Gennaio 2018, di Francesco Melillo

I fallimenti di aziende italiane hanno caratterizzato la crisi iniziata nel 2007 in USA e sviluppatasi dal 2011 in Europa.

Il grafico tratto da un’analisi di Cribis mostra il trend dei fallimenti di aziende italiane fino al 2015 (in costante ascesa) negli ultimi anni.

fallimenti tratto da cribis

I macrosettori più colpiti sono stati l’edilizia, a seguire il commercio, i servizi e l’industria.

Nel 2015 la corsa ai fallimenti sembra rallentare ed infatti i dati del 2016 hanno mostrato un timido calo, trend continuato anche nel 2017 con i primi segnali di una ripresa non ancora convincente.

Dalle analisi, sorprende che il numero maggiori di fallimenti si concentra al centro-nord, con la Lombardia in testa.

Numerosi anche i marchi storici che hanno portato i libri in tribunale, ultimi Melegatti (ora salva) e Borsalino, da un lato morsi dalla crisi per i ritardi (o talvolta mancati) dei pagamenti o dall’incapacità di innovare o ancora per qualità dei prodotti non all’altezza; ma anche per gestioni finanziarie allegre o per scelte finanziarie sbagliate.

L’Italia a differenza del resto delle grandi potenze europee ha un tessuto industriale caratterizzato da numerose piccole e medie imprese, poche grandi. Questo implica che molti fallimenti passano in sordina perchè colpiscono piccole realtà locali da un punto di vista mediatico. Chiaro è che l’origine della crisi ha sempre radici nel passato, quindi si è trattato dell’esplosione di un sistema piuttosto che di un evento occasionale. Non ultima la globalizzazione che inevitabilmente premia grandi marchi e spesso penalizza i piccoli, soprattutto in assenza di elevato valore aggiunto nella qualità dei prodotti. Piccole aziende di qualità hanno tratto vantaggio dalla globalizzazione perchè riuscite a distinguersi soprattutto all’estero.

Ricordiamo il caso Ginori, fondata nel 1735 che a seguito di scelte finanziarie sbagliate già dagli anni ’70 quando inizia a finire sotto il controllo finanziario di grandi istituti di credito, per poi finire a fare scelte industriali poco fortunate, ha visto crescere vertiginosamente i suoi debiti.

Che cosa ha fatto lo Stato in questi anni?

Il Governo nel 2015, dopo i tentativi di riforma risalenti agli anni ’80, ha pensato che le cause dei fallimenti andassero ricercate anche nella vetustà del decreto sui fallimenti (regio decreto del 19 marzo 1942), rivedendo la terminologia ed sostituendo la parola fallimento con liquidazione giudiziale, meno infamante…

Inoltre, nel caso delle banche, dietro la legiferazione europea sul bail-in, ha spostato gli oneri dei fallimenti dagli investitori direttamente sui risparmiatori, un modo molto facile per scaricare costi su chi di responsabilità non ne ha, lasciando impuniti i veri responsabili. Il caso MPS, Banca Etruria, Popolare di Vicenza, Veneto Banca etc… sono ancora oggi ferite vive nella società italiana. vero è che lo Stato ha evitato questa implosione sociale utilizzando denaro pubblico per ripagare chi aveva subito danni dalle perdite, ma si è trattato di un palliativo anzitutto occasionale e soprattutto poco orientato a risolvere alla radice il problema che potrebbe ripetersi ed a rimetterci sarebbero sempre i contribuenti italiani.

Le vicende bancarie sono state semplicemente la punta di un iceberg che ha avuto origine dai famosi NPL, debiti prevalentemente di imprese che non sono riuscite a ripagare e che hanno avuto rilevanza mediatica specialmente per la mini e breve crisi dei mercati finanziari di gennaio 2016.

Tornando indietro nel tempo, nel 2003 il crac Parmalat nato da falsi in bilancio sin dagli anni ’90 e concluso con la bancarotta fraudolenta, vede l’azzeramento delle quote dei piccoli azionisti e perdite quasi totali degli obbligazionisti, con piccoli ristori a spese dello Stato. Lo Stato inoltre con il decreto salva imprese, salva Parmalat dal fallimento con l’amministrazione straordinaria speciale a spese dello Stato. Ben due i costi sostenuti dai contribuenti italiani. Legittimo se si tratta di investire per tutelare e riprendere la produttività del sistema Italia. Ma questi interventi ripetutesi negli anni con Alitalia, non sempre sono stati insindacabili e soprattutto gli esiti non sono stati vantaggiosi per i contribuenti italiani.

Parmalat oggi è finita in mani francesi, Alitalia sta per finire in mani tedesche e la lista è lunga. Germania, Francia e diversi fondi internazionali continuano lo shopping di imprese italiane a basso prezzo facendo perdere competitività al sistema Paese e soprattutto a valle di enormi costi per i contribuenti italiani.

C’è un problema politico!

La rilevanza mediatica (con la motivazione dell’impatto sistemico) consentiva di ottenere contributi pubblici ad alcuni, legittimo, ma occorrerebbe intervenire in maniera più orientata all’interesse collettivo e strutturale, non solo per un salvataggio temporaneo. Molte aziende negli anni della crisi, spesso al sud Italia, con numeri importanti e senza chiedere niente a nessuno, hanno dichiarato fallimento per difficoltà talvolta nemmeno per bassa qualità. Nessuno ha mai parlato di queste aziende, nessuno ha pubblicizzato e curato l’intervento di fondi stranieri come per Melegatti che naturalmente ha un rilievo mediatico maggiore. Eppure molte di queste aziende, grazie ai prodotti di qualità, l’ingegno dei proprietari, il sacrificio economico che ha spinto proprietari e lavoratori a rinunciare a parte del proprio salario, ha consentito il salvataggio di posti di lavoro e di un tessuto sociale già duramente provato dalla crisi. Finchè non si concretizzerà questa uguaglianza, le aziende di qualità non avranno la possibilità di salvarsi ed emergere. Il ruolo dello Stato deve essere quello dapprima di garantire i pagamenti per i prodotti forniti e/o il servizio prestato (prima e non dopo mediante tribunali quando i soldi sono finiti), e poi intervenire mediante un fondo (come fa la Cassa Depositi e Prestiti per le grandi aziende parastatali) nazionale che a valle di attente valutazioni della qualità dei prodotti, intervenendo sulle cause delle problematiche, salvaguardando l’interesse dei contribuenti, consenta prestiti agevolati per ripartire.

Qualcuno affronterà questo tema in campagna elettorale? O è più semplice parlare di reddito di cittadinanza che non dando vantaggio alcuno alla produttività italiana potrebbe aumentare la possibilità di fallimenti di aziende in difficoltà essendo una comoda via di fuga…

Per approfondimenti visita il blog dell’autore al link che segue: BuyMarket – Finanza.

 Questo scritto è redatto a solo scopo informativo. Può essere modificato in qualsiasi momento e NON può essere considerato sollecitazione al pubblico risparmio. Il sito web non garantisce la correttezza e non si assume la responsabilità in merito all’uso delle informazioni ivi riportate.