Investimenti

ETF, come e quali vengono utilizzati dagli investitori istituzionali

Gli ETF non sono più strumenti destinati quasi esclusivamente agli investitori privati. Negli ultimi anni anche i grandi investitori istituzionali – come banche centrali e fondi sovrani – hanno iniziato a integrarli con sempre maggiore frequenza nelle proprie strategie di investimento. La ragione è semplice: in un contesto economico e geopolitico caratterizzato da forte incertezza, gli Exchange Traded Fund offrono flessibilità, liquidità e rapidità di esecuzione, caratteristiche che oggi rappresentano un valore aggiunto anche per chi gestisce patrimoni da migliaia di miliardi di dollari.

A fotografare questa evoluzione è la 14ª edizione dell’Invesco Global Sovereign Asset Management Study (IGSAMS), la ricerca realizzata da Invesco che ha coinvolto 144 investitori istituzionali, tra cui 90 fondi sovrani e 54 banche centrali, per un patrimonio complessivo amministrato di circa 29.000 miliardi di dollari. Lo studio evidenzia come il modo di costruire i portafogli stia cambiando profondamente. Se fino a qualche anno fa l’obiettivo principale era massimizzare i rendimenti, oggi la priorità è trovare un equilibrio tra crescita del capitale, resilienza agli shock e capacità di adattarsi rapidamente a scenari in continua evoluzione.

Il contesto geopolitico cambia le strategie di investimento

Le tensioni internazionali stanno influenzando sempre di più le decisioni dei grandi investitori che sono alla ricerca di strumenti più flessibili per investire sui mercati. Secondo il report, fattori come il conflitto in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, le dispute commerciali e i nuovi equilibri tra Stati Uniti ed Europa stanno modificando le valutazioni sui rischi globali. Questioni come la sicurezza energetica, la stabilità delle catene di approvvigionamento e la protezione delle rotte commerciali incidono direttamente sulla costruzione dei portafogli. Per questo motivo gli investitori istituzionali stanno privilegiando strumenti che consentano di modificare rapidamente l’esposizione ai diversi mercati senza dover affrontare procedure lunghe o investimenti diretti particolarmente complessi. È proprio in questo scenario che gli ETF stanno assumendo un ruolo sempre più centrale.

ETF: masse gestite in aumento

La crescita degli ETF non riguarda soltanto il numero degli strumenti disponibili, ma anche le masse gestite. Secondo i dati di ETFGI, riportati nello studio di Invesco, il patrimonio globale investito negli ETF ha raggiunto circa 19.500 miliardi di dollari alla fine del 2025, dopo una crescita media annua di circa il 15% negli ultimi vent’anni. Il settore, inoltre, è molto diverso rispetto al passato. Se inizialmente gli ETF erano quasi esclusivamente fondi passivi che replicavano gli indici azionari, oggi comprendono anche strategie obbligazionarie, prodotti tematici, ETF sulle materie prime e perfino fondi a gestione attiva. Questa evoluzione ha ampliato notevolmente le possibilità di utilizzo da parte degli investitori professionali.

L’adozione accelera anche tra i grandi investitori

Per molti anni banche centrali e fondi sovrani hanno preferito costruire i propri portafogli attraverso investimenti diretti, mandati personalizzati e partecipazioni strategiche. Oggi questo approccio non viene abbandonato, ma affiancato sempre più spesso dagli ETF. Lo studio evidenzia infatti che il 39% degli investitori istituzionali intervistati utilizza già gli ETF nei propri portafogli.

La diffusione è particolarmente elevata tra i fondi sovrani di investimento, dove l’adozione raggiunge il 58%, e tra i fondi sovrani che gestiscono passività, che si attestano al 53%. Le banche centrali mostrano un utilizzo più contenuto, pari al 31%, mentre i fondi sovrani di sviluppo rimangono i più prudenti, con un tasso di adozione del 24%, preferendo investimenti diretti nelle imprese e partecipazioni di lungo periodo.

Perché gli ETF piacciono alle banche centrali  e ai fondi sovrani

Le motivazioni cambiano a seconda dell’investitore. Per le banche centrali gli ETF rappresentano soprattutto un modo semplice ed efficiente per accedere ai mercati finanziari. Acquistare un ETF consente infatti di ottenere immediatamente un’esposizione diversificata senza dover creare una struttura interna dedicata alla selezione dei singoli titoli. Secondo la ricerca, il 67% delle banche centrali utilizza questi strumenti soprattutto per costruire esposizioni strategiche di lungo periodo.

Il principale vantaggio indicato dagli intervistati è la semplicità operativa: ben l’82% considera la facilità di utilizzo il motivo principale dell’adozione degli ETF.

Per i fondi sovrani gli ETF svolgono invece una funzione più dinamica. Sono impiegati soprattutto per modificare rapidamente la composizione del portafoglio, cogliere opportunità di mercato o gestire la liquidità disponibile. Lo studio mostra che il 64% dei fondi sovrani utilizza gli ETF per operazioni di asset allocation tattica, mentre il 52% li impiega per la gestione della liquidità. In questo caso gli aspetti maggiormente apprezzati sono la trasparenza degli strumenti, la facilità con cui possono essere acquistati e venduti e la possibilità di intervenire rapidamente quando cambiano le condizioni di mercato.

Quali ETF vengono scelti

La maggior parte degli investitori istituzionali continua a privilegiare gli ETF passivi. I prodotti più diffusi sono quelli che replicano gli indici azionari e quelli che investono nei mercati obbligazionari, strumenti ritenuti efficienti per costruire rapidamente un’esposizione ben diversificata. Sta però crescendo anche l’interesse verso gli ETF tematici, soprattutto tra i fondi sovrani, che li utilizzano per investire in grandi trend di lungo periodo come innovazione tecnologica, transizione energetica, digitalizzazione e infrastrutture.

Un ruolo particolare è ricoperto dagli ETF sulle materie prime. Le banche centrali, ad esempio, li utilizzano per ottenere un’esposizione al prezzo dell’oro senza dover acquistare e custodire fisicamente il metallo prezioso, riducendo così costi e complessità operative.

Una categoria ancora poco diffusa è quella degli ETF a gestione attiva. Lo studio evidenzia che soltanto il 7% dei fondi sovrani li ha già inseriti nei propri portafogli. Il dato, tuttavia, potrebbe aumentare nei prossimi anni. Un ulteriore 26% degli investitori dichiara infatti di essere in fase di valutazione, segno che l’interesse verso questi strumenti sta crescendo progressivamente.