Draghi può porre fine alla crisi di fiducia. E ridare gas all’economia reale

8 Febbraio 2021, di Redazione Wall Street Italia

Draghi può porre fine alla crisi di fiducia. E ridare gas all’economia reale

di Franco Carlo Papa, founder STUDIOPAPA

Super Mario Draghi è salito al Colle con il solito stile asciutto e deciso che lo ha contraddistinto come presidente della Bce: ha accettato l’incarico di formare un governo con un discorso durato qualche minuto e improntato alla concretezza.
È stato un tripudio: dal Wall Street al New York Times, a Le Monde, al Financial Times, la stampa internazionale si è unica al coro di chi salutava il salvatore della Patria.

Piazza Affari ha chiuso la giornata dell’annuncio in rialzo di oltre il 2% in controtendenza rispetto alle altre Borse europee (solo Francoforte ha chiuso in positivo in una giornata piatta per Parigi e Londra). Anche lo spread Btp-Bund, indice ormai standard per misurare il rischio Paese, ha toccato un minimo a 105 punti base.

Draghi, la reazione dei mercati fa ben sperare per i destini delle pmi

Una reazione che era piuttosto scontata e che è stata già ampiamente dibattuta: la levatura di Draghi è nota in ambito internazionale e così il suo pensiero. È un italiano eccellente che mancava sulla scena governativa italiana da decenni. Di più: un italiano che si è fatto valere in ambito europeo nel momento in cui a rischio era la stessa Unione e la sua moneta e che il suo “whatever it takes” ha già consegnato alla storia.
Avere come presidente del Consiglio, per quanto di un governo di emergenza, un profilo di questa levatura internazionale rappresenta una prima assoluta.
Ma basterà a risollevare i destini delle imprese italiane così pesantemente bastonate dalle conseguenze della pandemia? Troppo presto per cantare vittoria: la formazione del governo è ancora soggetta alle bizze dei partiti e molto poi dipenderà da cosa verrà fatto in concreto, una volta che Draghi prenderà effettivamente le redini.
L’unica certezza è che la competenza, l’esperienza e la capacità politica che esprime il nuovo premier in pectore sono elementi che di per sé aiutano a negoziare a livello europeo, a ottenere l’ok della Commissione su un Recovery plan compliant.
Il nuovo governo avrà tre nodi da sciogliere: contenimento della pandemia, piano vaccinale e rilancio delle imprese.
Ci siamo concentrati in questi mesi sull’andamento del Pil per descrivere la crisi che è ancora lungi dall’essere superata. Il 2020 si chiude per l’Italia con un calo superiore al 9% e stime sul 2021 ribassate al 3% (dati Fmi)  numeri pesanti senza dubbio, in un contesto in cui è necessario fare debito per poter ripartire. Una situazione che crea un cortocircuito: perché rende più negativo quel rapporto debito/Pil che da sempre ci crea problemi.

Draghi, il tema della fiducia

Ma la dinamica del Pil dipende da un altro valore chiave di cui tener conto: l’indicatore della fiducia. In particolare, l’Istat rileva che a gennaio 2021 le componenti dell’indice di fiducia dei consumatori, il clima personale e quello futuro sono in peggioramento (da 107,0 a 106,5 e da 105,3 a 103,2 rispettivamente) e, guardando alle imprese, la fiducia è in peggioramento nel settore manifatturiero (da 96,0 a 95,1) e nel commercio al dettaglio (da 88,2 a 87,9) – mentre aumenta nei servizi di mercato (da 78,4 a 82,0) e nelle costruzioni (da 136,0 a 138,0).
La fiducia è un tema determinante: perché è ciò che mette in moto la domanda dei consumatori e gli investimenti delle imprese. Quella che stiamo attraversando è esattamente una crisi di domanda: e si supera agendo sulla domanda.
Per questa ragione, innanzitutto, la scelta di Draghi è una scelta benefica per le imprese perché può ripristinare quella fiducia che rimette in moto la spesa. Ci sono 1700 miliardi di euro sui conti correnti degli italiani (una cifra praticamente pari al Pil 2019) e anche le imprese presentano situazioni di cassa positiva: ma nessuno investe, perché la paura frena l’azione.

Un recovery Plan che prepara al rilancio

Sul fronte pratico, poi, il potenziale nuovo Premier ha i numeri per riuscire a presentare un Piano nazionale di resilienza e ripresa sostanzioso e in linea con le richieste dell’Ue, cosa che non si poteva dire della proposta precedente, che finora ha prodotto forse consenso ma non crescita. E che sicuramente l’Europa non è disposta a sopportare. Basti guardare a un dato: nel vecchio Recovery Plan quasi un terzo dei fondi, oltre 60 miliardi, erano destinati a opere già in essere, opere pubbliche che procedono al ralenty e che sarebbero dovute essere finanziate con i fondi regionali di sviluppo e non certo con quelli stanziati per il rilancio post pandemico.
La presenza di Draghi rassicura anche sulla possibilità di mettere a terra i progetti, rispettando gli stati di avanzamento lavori a cui sono soggette le erogazioni dei sussidi e dei prestiti. Tutto questo ha conseguenze dirette e positive sulle imprese.

Il nodo dei fallimenti

È di pochi giorni fa uno studio di Bankitalia che stima in 6.500 i fallimenti a partire dal 2022, quando sarà rimosso il velo dei ristori e delle moratorie sui prestiti. Molte altre imprese saranno costrette a ristrutturazioni che solo in parte sono dovute alla pandemia.
Anzi, la pandemia, o meglio tutta la sequela di misure a sostegno potrebbe aver mascherato qualche situazione pregressa di grave sofferenza: tanto che nel 2020 il numero dei fallimenti è stato inferiore di un terzo rispetto all’anno precedente (-3700). Un vero paradosso che equivale a polvere nascosta sotto al tappeto.
La pandemia ci ha trovati non propriamente nel pieno di un ciclo di crescita: dal 2007 il Pil si è progressivamente contratto, la produzione industriale ha perso il 25% del suo valore e i fallimenti, tra il 2007 e il 2014, sono passati da circa 6.000 a oltre 15.000 all’anno (per poi diminuire fino agli 11mila del 2019, un numero che però è sempre molto superiore a quello di partenza).
Da questo punto è necessario ripartire, con le dovute differenze, per ripianare gli effetti simmetrici della crisi sui diversi settori, ma sicuramente uscendo dalla logica delle mance elettorali. Sono stati spesi quasi 150 miliardi di euro tra Reddito di cittadinanza e Quota 100 e ristori (pari al 7% del fatturato medio per i settori colpiti, che il fatturato lo hanno visto andare anche a zero in molti casi). Soldi distribuiti a pioggia e senza effetti strutturali sull’economia, se non quello immediato di creare consenso.
Questa stagione di politica poco efficiente, perdente nell’Europa in cui volenti o nolenti ci muoviamo, con Draghi è conclusa. E forse se ne potrebbe aprire una in cui tornano al centro temi strutturali, dalle infrastrutture strategiche alla scuola, alla sanità, alla riforma della giustizia a una vera politica industriale che valorizzi il made in Italy tecnologico disseminato sul territorio.