Denaro dalle banche: farmaci o droghe?

20 Luglio 2017, di Luciano Martinoli

L’ABI, nel suo consueto bollettino mensile, rivela che il credito a famiglie e imprese è aumentato rispetto lo stesso periodo dell’anno scorso. Certamente una buona notizia per le banche, ma quale è il significato per le imprese?

L’azienda, come è noto (ma pare sia stato dimenticato da tutti), deve fare soldi: produrre cassa dalla sua attività caratteristica. Se poi ha maggiore convenienza (finanziaria, fiscale, ecc.) a comprare soldi dagli altri invece che usare i suoi, questa è un’altra storia.

Le banche sono delle aziende fornitrici, come tali interessate a vendere ciò che hanno: i soldi appunto. Per farlo valutano sopratutto le robustezze patrimoniali dei loro clienti (da qui il detto popolare che “le banche prestano i soldi a chi li ha”) e poi alle loro capacità di produrre reddito (area di competenza che non è proprio il loro forte).

Le intenzioni sono sempre buone: prestare i soldi a chi ha progetti di sviluppo. Poi in pratica le modalità sono anche molte altre. Se ad esempio un’azienda ha un problema di circolante, che col tempo si allarga, fin quando essa riesce a pagare il servizio del debito, chi se ne frega se quel denaro dato serve solo a farla sopravvivere (e non a svilupparsi)?

Dunque “vendere” denaro può essere un’attività da azienda farmaceutica, che punta al benessere del soggetto, o da spacciatore di cocaina, che crea dipendenza: dipende dallo scopo per cui viene fornita. Il passato, non molto remoto, dà evidenza di questo. Elaborazioni dell’ufficio studi Statistiche di Intesa Sanpoalo su dati Istat e Banca d’Italia, rese pubbliche nel 2012, evidenziavano come dal 2001 al 2010 il credito alle imprese non finanziarie sia raddoppiato ma le imprese in quel lasso di tempo diminuirono fatturati e margini. Usando la mia metafora, fu venduta droga.

A differenza delle aziende farmaceutiche, che hanno competenze mediche e si rivolgono alla comunità dei medici, alle banche è sconosciuto il tema della “salute” dei loro clienti, in termini tecnici: lo sviluppo del business (ovvero come far star meglio i loro clienti in modo da comprare più soldi per stare ancora meglio). Per loro questa attività si riduce a creare prodotti e sincerarsi che qualcuno possa comprarli (che significa possa restituire il capitale e pagare il servizio del debito), attività che non sta dando risultati brillantissimi. Ne è la prova sia quanto detto prima per il decennio passato (creare prodotti) sia l’ammontare dei 300 miliardi di NPL (a proposito della capacità di sincerarsi della “bontà” dei clienti).

Ad aggravare il quadro complessivo poi, vi è il rilievo della Bce attraverso il suo “Bank lending survey”. Infatti dal documento emerge che, nel secondo trimestre 2017, i criteri di offerta sui prestiti hanno registrato un lieve allentamento «che ha principalmente riflesso l’impatto della pressione concorrenziale sul settore bancario». Come a dire che a fare quel mestiere ci si stanno mettendo anche altri (non bancari).

Dunque un cambiamento profondo del fare banca, tanto invocato retoricamente ma poco praticato, è assolutamente necessario e la strada è quella di dotarsi di competenze e strumenti (di Strategia d’Impresa) per far sì che la vendita del denaro alle aziende sia la vendita di farmaci e non di droga, in modo da avere clienti sani che vogliono svilupparsi sempre di più.
C’è qualche banchiere o bancario che ha questo tema in agenda?