D’Alema contro Calenda: “malattia è neoliberismo non sovranismo”

30 Gennaio 2019, di Alberto Battaglia

La strategia della sinistra in vista delle europee? Secondo Massimo D’Alema, fra i protagonisti degli equilibri della Seconda Repubblica, sarebbe controproducente radicalizzare il conflitto fra europeisti e sovranisti. Secondo l’esponente di (quello che fu) Liberi e Uguali, il populismo “piuttosto è la febbre, debilitante certo, ma la malattia è un’altra”. La vera svolta, secondo D’Alema sarebbe attaccare “l’egemonia neoliberista, monetarista, lo svuotamento dei contenuti etico-politici e sociali del progetto europeo a cui abbiamo assistito negli ultimi quindici anni”.

Insomma le promesse europee tradite sono la vera causa dei mali, è il populismo è solo “l’effetto”.
Nell’intervista rilasciata a La Stampa, D’Alema vira su concetti da tempo cari alla sinistra radicale.

“A partire da Maastricht in poi lo sforzo europeo è stato solo quello di costruire un impianto di norme e vincoli che hanno come unico scopo la stabilità monetaria, il divieto di aiuti di Stato e l’apertura dei mercati”, ha detto D’Alema, “l’ideologia dominante è stata quella neoliberista: bisognava che la politica arretrasse e lasciasse tutto lo spazio all’economia e alla finanza”.

Eppure, era stata proprio la compagine di centro-sinistra, di cui D’Alema era esponente di primo piano, a condurre l’Italia fino all’adozione dell’euro. Con tutti i suoi vincoli. Le parole di dell’ex premier suonano, quindi, come una clamorosa autocritica. “Mentre gli obiettivi di stabilità finanziaria sono presidiati da trattati internazionali e da un sistema di controlli e punizioni, gli obiettivi di sviluppo sono solo degli auspici”, ha dichiarato D’Alema in uno dei passaggi più taglienti, “non scatta nessuna procedura di infrazione se uno Stato non garantisce l’occupazione. E questa asimmetria non è neutra, è frutto di un’egemonia culturale”.

 

Il progetto di Carlo Calenda, un listone che punta a riunire le forze antisovraniste in vista delle elezioni europee, non sarebbe quindi in grado di rovesciare l’egemonia culturale cui fa riferimento D’Alema. “Apprezzo l’intenzione di Calenda… ma non è sufficientemente chiaro: il discrimine deve essere il cambiamento”.