Da Wto e Fmi allarme sul commercio mondiale

27 Settembre 2016, di Alberto Battaglia

Il 2016 sarà l’anno in cui il volume dei commerci internazionali crescerà al ritmo più contenuto dai tempi della crisi finanziaria: così titola un articolo comparso oggi sul sito del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, precisando che rispetto alla stima di inizio anno, di un incremento dei volumi commerciali del 2,8%, ci si dovrà accontentare dell’1,7%. E dello stesso avviso è anche un’altra istituzione internazionale come il Fmi, che ha dedicato un capitolo del suo World Economic Outlook al “rallentamento nella crescita del commercio” che è “degno di nota (remarkable)”. Il Fmi ha messo chiaramente in relazione il fenomeno a un fatto poco rassicurante: la crescita mondiale procede più lentamente del previsto.

Una minore crescita incide, ovviamente, anche sulla domanda dei beni importati, con il relativo restringimento degli scambi di beni e servizi con l’estero. La storia di questo rallentamento, poi, è complicata dal rinnovato appetito per le misure protezionistiche: sempre secondo il Fmi la quota di prodotti soggetti a barriere commerciali temporanee è passata dallo 0,5% del 1990 al 2,5% dell’anno scorso. E questo nonostante il costante sforzo internazionale verso l’abbassamento delle barriere tariffarie (ossia i dazi). Inoltre, il 2015 ha segnato un ulteriore record negativo per l’integrazione economica: è stato l’anno con il minor numero di nuovi trattati commerciali di libero scambio dell’ultimo di secolo.

Non è un caso che, per sensibilizzare la politica e l’opinione pubblica sui mali delle barriere commerciali (che pur animano molto la campagna presidenziale americana grazie agli j’accuse di Donald Trump), il Fmi ha dedicato uno studio su come le barriere commerciali danneggiano anche chi le innalza; così come un’ampia analisi che si addentra nelle ragioni di un rallentamento nei commerci in aperta contraddizione con un mondo sempre più globalizzato. Fra le righe di quest’ultimo studio del Fmi si legge con chiarezza che, per quanto riguarda il 2015, il declino delle “importazioni nominali in rapporto alla crescita del Pil è stata dovuta in gran parte al calo del prezzo delle commodity”. E, più in generale, conclude il Fondo, non si può dire che sia una crescita in rallentamento l’unica responsabile del rallentamento dei commerci in quanto “la composizione della domanda vale circa il 60% del rallentamento delle importazioni nominali relative al Pil”.
Oltre agli alert sul commercio globale il Fmi ha anche lanciato un monito alle banche centrali:”La percezione della capacità della politica monetaria di contrastare la disinflazione potrebbe calare”, scrive il Fondo riferendosi ai target di crescita dei prezzi costantemente mancati da Paesi come il Giappone, “l’inflazione è calata marcatamente in molte economie negli ultimi anni. Le principali cause sono la persistente debolezza economica e il calo dei prezzi delle materie prime. Finora molti degli indicatori sulle attese di inflazione nel medio termine non hanno subito cali consistenti”.