Da Unicredit a Buzzi e Campari. L’effetto Ucraina sull’Italia

3 Marzo 2014, di Redazione Wall Street Italia

MILANO – “Ai mercati non piacciono i carri armati, non c’è più un’industria bellica che guadagni quando c’è uno sferragliare di carri armati”.

Così l’economista Giacomo Vaciago commenta all’Agi l’impatto sui mercati finanziari dell’escalation delle tensioni tra Russia e Ucraina. In effetti, sono molti i titoli a soffrire questa situazione di massima tensione a seguito delle mosse di Mosca in Crimea.

Mentre i listini vivono complessivamente una giornata di forti ribassi, con il termometro dello Euro Stoxx Volatility Index in subbuglio, alcuni singole azioni sono più nervose di altre.

Dalle banche ai produttori di birra, sono ovviamente più esposti alle sbandate e alle vendite quelli che hanno una rete di interessi nell’area. Sono proprio gli istituti di credito a soffrire maggiormente: si possono ad esempio citare i casi della francese Société Générale e della austriaca Raiffeisen, che è arrivata a lasciare sul terreno oltre il 9 per cento del suo valore.

In Italia, gli ordini di vendita hanno colpito Unicredit con forza maggiore, in un comparto bancario che comunque segna una flessione di oltre tre punti percentuali. La banca italiana ha chiuso le sue filiali a Sinferopoli e ha ridotto l’orario degli sportelli in Crimea.

Al pari delle altre banche ucraine, in ottemperanza alle disposizioni della banca centrale, ha limitato temporaneamente i prelievi dagli sportelli bancomat in tutto il Paese a 1.500 grivnie, pari a circa 112 euro (ridotti a un terzo se effettuati con carte di altre banche), per evitare il panico da ritiri allo sportello.

UniCredit gestisce in Ucraina asset per circa 3,84 miliardi di euro attraverso una rete di 435 sportelli che servono circa 1 milione di clienti retail, circa 6.300 clienti corporate, più di 60 mila piccole e medie e 780 clienti di private banking.

A inizio dicembre Unicredit ha fuso in Pjsc Unicredit Bank le sue due controllate nel Paese. L’Ucraina pesa per lo 0,4% dei prestiti del gruppo guidato da Federico Ghizzoni.

Un supporto all’istituto milanese arriva però dagli analisti di Mediobanca Securities, secondo i quali l’Ucraina è “ininfluente” per gli utili di Unicredit, così come per quelli dell’altra grande banca italiana, Intesa Sanpaolo.

Gli analisti ricordano che per entrambi i gruppi l’esposizione è limitata; le due banche hanno entrambe azzerato gli avviamenti delle filiali ucraine (Ukrsotsbank e Pravex), che hanno cercato di vendere negli ultimi trimestri senza successo. In termini di utili, secondo Mediobanca Securities i due istituti – data la grave situazione – dovrebbero risentire di una diluzione dell’1-3% nel 2013, ma potrebbe essere maggiore andando avanti.

Secondo l’analista David Thebault, sentito da Reuters, “il mercato aveva sottostimato il rischio di un’escalation in Ucraina, così gli eventi del fine settimana hanno rappresentato un campanello di sveglia per gli investitori”.

Tra le altre aziende che ne stanno risentendo in modo particolare, si possono nominare i casi di Renault e della birra Carlsberg, o ancora il gruppo della distribuzione Metro. Il gigante dell’elettronica Siemens ha registrato 2,2 miliardi di euro di vendite in Russia durante l’ultimo esercizio, mentre McDonald’s ha più di 250 ristoranti in Russia e altri 80 in Ucraina.

Pepsi, l’anno scorso, ha generato ricavi per quasi 5 miliardi di dollari in Russia con prodotti quali soda, yogurt e patatine al gusto di caviale. Andamento diverso per quanto riguarda il settore petrolifero ed energetico in generale: sebbene le interconnessioni con l’area siano fortissime, la maggiore tensione sta facendo salire il prezzo del petrolio e ciò – a meno di clamorose rotture nei rapporti internazionali con la minaccia russa di chiudere i rubinetti del gas – porta benefici alle grandi compagnie del settore.

Tornando in Italia, si segnala il caso di Buzzi Unicem, che piomba in area 14 euro scontando il fatto di esser presente in Ucraina con 2 cementerie a ciclo completo, situate nei pressi di Rivne (Nord-Ovest del Paese) e Nikolajev (nella regione del Mar Nero), la cui capacità produttiva somma a 3 milioni di tonnellate all’anno. La società è attiva anche nel comparto del calcestruzzo preconfezionato.

In Russia il gruppo italiano opera nella zona ad Est della catena degli Urali; secondo i numeri del bilancio preliminare 2013, Buzzi ha registrato in Ucraina ricavi per 124 milioni in calo del 7,8% rispetto al 2012, e in Russia per 249 milioni (+6% o +12,4% al netto dell’effetto cambio sfavorevole).

Secondo l’Ufficio studi Ice di Kiev sono circa 160 le imprese italiane attive sul mercato ucraino, delle quali più della metà producono in forma indipendente o in joint venture, mentre le altre hanno una rappresentanza commerciale. Il settore finanziario è proprio quello che ha accolto la stragrande maggioranza degli investimenti, con una quota vicina all’85% del totale, seguito dalla costruzione di macchine e dall’industria leggera. Il gruppo Finmeccanica sta sviluppando una fitta rete di rapporti con le istituzioni ucraine nel settore spaziale, delle comunicazioni e della sicurezza. Si inseriscono in questo quadro alcuni contratti di Selex nel settore del controllo aereo e radaristico. Nel 2007, la Danieli ha vinto una commessa per la realizzazione, a Dnipropetrovsk, di un’acciaieria dotata di forno alimentato ad energia elettrica.

Altri casi citati sono quelli del gruppo Campari, che ha acquisito nel 2009, presso Odessa, la cantina Odessa Cjsc che produce spumante con brand ucraino (Odessa e altri) per il mercato locale.

Oltre a questi investimenti, ci sono numerosi piccoli investimenti realizzati da pmi italiane nei più svariati settori sia produttivi che commerciali dalla ristorazione ai servizi di consulenza, dai trasporti all’immobiliare, agenzie turistiche e viaggi. Nel settore delle infrastrutture, a febbraio 2013, la Todini costruzioni generali spa ha vinto una gara di Ukravtodor (agenzia statale per le strade) per i lavori di riparazione ed estensione dell’autostrada M03 Kiev-Kharkov Dovzhanskyy, per circa 220 milioni di euro.

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