CRESCITA AMERICANA, E DA NOI EUROSCLEROSI

11 Novembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

Ieri il commissario europeo Pascal Lamy ha impugnato l’ascia di guerra verso gli Stati Uniti, minacciando entro poche settimane di adottare sanzioni per oltre 2 miliardi di dollari se non decade il protezionismo sull’acciaio. Domenica, il presidente della Commissione europea Romano Prodi replicava “non potrà continuare sempre così”, a chi gli chiedeva che cosa ne pensasse della crescita spettacolare degli Stati Uniti. Ieri, nel suo documento programmatico ulivista, stigmatizzava naturalmente che la crescita americana si realizzi a prezzo di disparità sociali preoccupanti.

Ai fischi della locomotiva americana l’Europa “sociale” reagisce così, con un impasto di bellicosità vendicativa, riduzionismo negazionista, e col mantra per cui non crescere, ma essere virtuosi, è preferibile. Dall’altra parte dell’Oceano c’è chi quest’Europa proprio non la capisce più. Basta per esempio incrociare due ricerche messe in rete nel fine settimana – la prima di William Beach e Rea Hederman della Heritage Foundation, la seconda di Ronald Utt del Thomas A. Roe Institute for Economic Policy Studies – a commento dello spettacolare più 7,2 per cento di crescita americana nel terzo trimestre, di un saldo occupazionale stabilmente tornato positivo, e del fatto che tutto ciò avvenga con una produttività in aumento dell’8,5 per cento.

Il dato più “siderale” è proprio questo, indica che una crescita tanto elevata avverrà sfidando un bel blocco di certezze keynesiane. E’ senza inflazione. Avviene rendendo sostenibile un deficit commerciale e della bilancia dei pagamenti oltre il 5 per cento del , dando cioè forza a Tesoro e Fed per continuare nella politica del bastone e della carota verso l’Asia (con cui l’America sta trattando massicci investimenti e delocalizzazioni tecnologiche senza per questo realizzare né instabilità finanziaria né crisi del dollaro). Avviene, inoltre, realizzando incrementi netti di reddito per tutte le fasce di reddito dei lavoratori americani.

Il milione di nuovi posti di lavoro creati nell’ultimo anno coincide con un aumento delle retribuzioni superiore a quello dei prezzi. E questo vale per gli occupati in tutti i settori, con un più 2,4 per cento che vede tornare a crescere anche gli stipendi del settore manifatturiero. Così francesi e tedeschi si sono impoveriti Ma è il professor Utt il più rovente verso l’Europa. La sua tesi è netta fin dal titolo, sono stati “i tagli fiscali che hanno salvato l’America dall’eurosclerosi”.

E’ impietosa, la comparazione dei ritmi di crescita e dell’occupazione tra Usa ed Euroarea, nei dodici mesi conclusi a giugno 2003 e dunque prima dell’ulteriore balzo americano. Per quanto prudenti si debba essere, con un trend misurato su una finestra temporale così ristretta, il americano cresce in media 12 volte – non è un errore di stampa – più rapidamente di quello europeo. Sul traino, nemmeno il New York Times questo fine settimana aveva più dubbi, l’effetto delle due ondate di tagli alle tasse – 1.350 miliardi di dollari in un decennio votati nel 2001, altri 350 miliardi votati quest’anno – c’è tutto, sia pur variamente stimato.

L’aspetto più indigeribile delle tesi alla Utt, per gli europei “sociali”, si produce laddove mostra che, ai fini della crescita del e dell’aumento del reddito che più conta dal punto di vista della giustizia sociale – che non è quello nazionale ma quello procapite – la differenza di lungo periodo la fa proprio il Moloch intoccabile per gli europei, cioè il peso dello Stato nell’economia. Negli Usa la dimensione della mano pubblica sul è più o meno stabile, intorno al 32 per cento, dal 1972. L’Europa sta 10, quando non 20 punti sopra.

Capita così che il reddito procapite che per francesi e tedeschi era l’82 per cento di quello americano 20 anni fa, sia oggi sceso al 74 per cento, poiché nel frattempo in quei paesi è cresciuto il peso dello Stato nell’economia. Qualunque sia il modello sociale di riferimento, tutti i diversi casi di successo europeo in questi anni provano la tesi di Utt. L’Irlanda anglosassone è passata da un reddito procapite del 45 per cento di quello americano a uno spettacolare 94 per cento, perché l’intermediazione pubblica sul scendeva nel frattempo dal 50 al 42 per cento.

La Svezia socialdemocratica, giunta al collasso quando lo Stato pesava per il 68 per cento del , è tornata a rifiatare da che in un decennio la quota si è ridotta al 52. I tagli alle tasse non servono solo allo stimolo di un trimestre. Ma a un pareggio del bilancio pubblico di uno Stato dimagrito: che non è segno di più ingiustizia sociale, ma incentivo netto a lavorare, produrre e investire.

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