Società

Cinesi e società pubbliche italiane finanziano la lobby Usa dell’Aspen

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NEW YORK (WSI) – Non sarà una rivoluzione nel senso stretto del termine. Nell’ultimo anno, però, all’interno dell’Aspen Institute Italia si è registrato come minimo uno scossone. Con alcune operazioni che hanno un po’ il sapore del colpo di scena. La “filiale” italiana del pensatoio filoamericano ha stilato l’ultimo aggiornamento (al 1° febbraio 2014) delle liste dei soci sostenitori, dei soci ordinari e dei componenti degli organi.

Dagli elenchi, di cui La Notizia è in possesso, spuntano sorprese di non poco conto. Per esempio tra i nuovi soci sostenitori, quelli cioè che finanziano l’attività dell’Aspen Institute Italia, c’è il colosso informatico cinese Huawei, il cui responsabile italiano, Roberto Loiola, entra nel consiglio generale del pensatoio. Si tratta di un ingresso di “peso”, anche per i discussi trascorsi di Huawei: questioni di sicurezza nazionale e di dumping, che spesso sono state opposte al gruppo fondato da Ren Zhengfei, un ingegnere che ha passato buona parte della sua vita lavorando per l’esercito cinese. Le tensioni maggiori hanno visto Huawei opposta proprio al Congresso degli Stati Uniti (patria dell’Aspen), secondo il quale la diffusione negli Usa della società cinese avrebbe comportato rischi per la proprietà intellettuale, per la privacy dei clienti e in ultima analisi per la sicurezza nazionale. Ma è stata una successiva indagine della Casa Bianca, a quanto pare, a escludere l’esistenza di questi allarmi.

Gli altri

A destare curiosità è anche l’approdo tra i soci sostenitori dell’Aspen, che in Italia è presieduta da Giulio Tremonti, di Invitalia, la società del Tesoro guidata da Domenico Arcuri che si occupa di attrazione degli investimenti. Accanto a questa entra pure Snam, controllata al 30% da Cdp Reti, e quindi dalla Cassa Depositi e Prestiti che sempre al Tesoro fa capo. Si tratta, in ciascuno di questi casi, di società che non comparivano nell’elenco dei soci Aspen aggiornato al 1° aprile del 2013 (di cui aveva già dato conto La Notizia del 6 e del 9 aprile dell’anno scorso). E così non fa altro che ingrossarsi il novero delle società pubbliche che, con soldi dei contribuenti, pagano la quota annuale al think tank. L’elenco è sterminato. Ci sono la stessa Cassa Depositi, il suo Fondo strategico, Ferrovie dello Stato, Fincantieri, Gme (Gestore dei mercati energetici), Gse (Gestore dei servizi elettrici), Poste italiane, Sace e Rai. Alle quali si aggiungono i colossi di Stato quotati in borsa come Eni, Enel e Finmeccanica. Naturalmente questi nuovi arrivi comportano nella maggior parte dei casi anche nuovi ingressi nel consiglio generale. Qui, per esempio, è entrato Arcuri, ad della medesima Invitalia. Infine tra i soci sostenitori si segnalano gli ingressi della Compagnia Sanpaolo e della Fondazione Cariplo, due tra le più potenti fondazioni, azioniste pesanti di Intesa Sanpaolo. La loro presenza in Aspen, prima, era limitata all’Acri, ovvero l’associazione di settore guidata da una vita da Giuseppe Guzzetti. Nel consiglio generale dell’Aspen, infine, si segnalano i nuovi arrivi di Alessandro e Francesco Profumo, rispettivamente presidente di Mps e della municipalizzata Iren.

I fuoriusciti

A ingressi eccellenti corrispondono uscite eccellenti. Dai soci sostenitori, per esempio, se ne va la Mondadori, così come lascia tutti gli incarichi rivestiti in Aspen fino a un anno fa Maurizio Costa, ex ad della casa editrice. Lo stesso dicasi per Italcementi, che abbandona i soci sostenitori, e per il suo numero uno, Carlo Pesenti, che molla il consiglio generale. E un identico canovaccio vale anche per la Todini Costruzioni e per Luisa Todini. Fuori anche Poltrona Frau di Montezemolo. A far rumore, inoltre, è l’uscita di Franco Bernabè, che fino all’anno scorso era presente come numero uno di Telecom. Con lui abbandona tutti i ruoli anche Enrico Tomaso Cucchiani, qualche tempo fa defenestrato da Intesa Sanpaolo.

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