Cina, ribassisti piegati da 35 miliardi di perdite

23 Gennaio 2018, di Pieremilio Gadda

Bolla immobiliare, debiti in eccesso, imprese zombi, hard lending. Da anni la Cina incombe in cima alle classifiche dei potenziali fattori di rischio latenti capaci di destabilizzare i mercati internazionali. L’opacità del colosso asiatico e la scarsa credibilità dei numeri ufficiali – a detta di molti analisti – non contribuiscono a rasserenare gli animi. Ma intanto Pechino ha archiviato il 2017 con una crescita in accelerazione (a sorpresa) a più 6,9%.

In 12 mesi lo Shanghai Composite ha guadagnato quasi 9 punti percentuali in valuta locale (16% in dollari). E chi ha scommesso contro il colosso asiatico, lo scorso anno, si è fatto molto male: gli investitori che hanno assunto posizioni ribassiste sulle aziende del Dragone quotate a Hong Kong o nella Cina continentale hanno subito perdite per oltre 35 miliardi di dollari a livello aggregato nel 2017, stima la newyorkese S3 Partners, in un’analisi riportata dal Financial Times.

“Con tutto il rumore di fondo, è facile a volte dimenticarsi che la Cina è un’economia dirigista e dispone di trilioni di dollari di riserve”, spiega Mark Kingdon, hedge fund manager alla guida dell’omonima Kingdon Capital Management: i ribassisti, questo il suo ragionamento, semplicemente non hanno capito bene come funziona il colosso asiatico.

Non significa che abbassare la guardia sia una buona idea. Molti analisti restano convinti che le contraddizioni del Paese siano destinati a esplodere, presto o tardi. E il nodo principale rimane il sovra-indebitamento. A livello aggregato, stato, imprese e famiglie hanno accumulato passività complessive pari al 274% del PIL. Era il 150% nel 2008. “Si tratta di dati ufficiali, che non comprendono lo «shadow banking», cioè i prestiti «ombra» tra privati”, precisa Matteo Ramenghi, chief investment officer Ubs wealth management Italia. A sua volta, gli asset del sistema bancario si sono gonfiati fino al 310% del Pil, un balzo notevole rispetto al 240% stimato cinque anni fa dalla Banca dei Regolamenti Internazionali.

“Il livello attuale dell’indebitamento cinese è paragonabile a quello che si registra nelle economie avanzate, come gli Stati Uniti o l’Europa. Ma un’economia emergente dovrebbe mantenersi su un livello più basso, sia perché ha un accesso ai mercati meno consolidato, che per mantenere un margine per finanziare nuove infrastrutture e progetti di crescita o fronteggiare eventuali battute d’arresto. Inoltre – osserva Ramenghi – preoccupa la velocità con cui è cresciuto l’indebitamento”.

Cina, la mina (inesplosa) dei debiti

Segnali di allarme sono stati lanciati anche da Zhou Xiaochuan, governatore della People’s Bank of China e Guo Shuqing, presidente della China Banking Regulatory Commission: quest’ultimo la scorsa settimana ha parlato di un potenziale “cigno nero” che potrebbe minacciare la stabilità finanziaria della Cina. Con inevitabili ripercussioni oltreconfine: vale la pena ricordare, infatti, che lo scorso anno Pechino ha alimentato un quarto della crescita globale, confermandosi il primo consumatore di materie prime. Se il motore che traina la seconda maggiore economia al mondo dovesse incepparsi, avrebbe implicazioni negative per i mercati internazionali.

La fiducia incrollabile nella capacità della Cina di limitare i danni a un moderato rallentamento dell’economia, continuando a fare affidamento sull’espansione perpetua dei crediti, “ci ricorda la diffusa convinzione, nel 2006, che i prezzi delle case americane non sarebbero mai scesi”, ha dichiarato Kyle Bass, fondatore della Hayman Capital Management di Dallas, come riporta il Financial Times. Secondo Bass, la Cina sarà costretta a bruciare le proprie riserve in valuta estere per salvare il suo settore bancario, avvelenato dai crediti deteriorati. Questo obbligherà le autorità a svalutare il renminbi. Una dinamica già osservata, del resto, nel biennio 2015-2016 quando Pechino fece evaporare 1 trilione di dollari in valuta estera, innescando un deprezzamento del 12% verso il dollaro. Nel 2017, però, lo yuan è rimbalzato. L’emergenza è finita. Le riserve sono tornate a salire. E i ribassisti sono stati spazzati via. Ma i rischi sono rimasti.

“Per fortuna, la minaccia del debito cinese non è, probabilmente, imminente – rassicura Ramenghi -. L’economia continua a marciare a buon passo, mentre lo Stato e la banca centrale esercitano, di concerto, un forte controllo sui flussi di capitale. Una serie di riforme sono state avviate per modernizzare l’economia e per rendere più redditizie le aziende controllate dallo Stato. In particolare, le istituzioni cinesi sembrano comprendere che la prossima fase di crescita dovrà essere necessariamente guidata dai consumi e dai servizi e richiede, pertanto, una mutazione del modello economico che tanto successo ha conosciuto fino ad ora”. Inoltre, un po’ come succede per il Giappone o l’Italia, gran parte del debito è interno all’economia. Infatti, la forte propensione al risparmio delle famiglie cinesi fa sì che le banche abbondino di liquidità, che viene impiegata sul mercato domestico. “Il debito verso l’esterno è quindi limitato al 13%, cosa che riduce fortemente le probabilità di uno shock nel breve termine”. La situazione cinese va monitorata con attenzione, conclude il cio di Ubs wm Italia. “ma su un orizzonte di breve termine dovrebbe rimanere gestibile”.