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Continuation funds, il private equity cerca liquidità oltre le exit tradizionali

I continuation vehicle sono diventati uno degli strumenti più osservati nel private equity anche in Italia. Nati come soluzioni costruite su misura per gestire singole operazioni complesse, questi veicoli hanno assunto un ruolo sempre più stabile nel mercato secondario, fino a rappresentare una quota rilevante dei volumi complessivi. Questi strumenti servono a trasferire le quote di un’azienda dal vecchio fondo in scadenza a un nuovo fondo gestito dallo stesso operatore.

Il fenomeno racconta anche l’evoluzione del secondario: da canale pensato soprattutto per offrire liquidità agli investitori, si è trasformato progressivamente in una fonte di liquidità anche per i gestori. In un contesto in cui le exit tradizionali sono più difficili da realizzare, sempre più operatori ricorrono infatti a operazioni secondarie guidate dal gestore del fondo di private equity (general partner) per monetizzare parte del valore degli asset e gestire l’esposizione dei portafogli.

Il nuovo canale di liquidità del private equity

Nel 2025, secondo i dati citati da Bloomberg, le operazioni guidate dai general partner hanno raggiunto i 115 miliardi di dollari in tutto il mondo. All’interno di questo mercato, i continuation vehicle hanno rappresentato l’89% dei volumi e circa il 43% dell’intero mercato secondario del private equity, confermandosi come una delle soluzioni più utilizzate in una fase in cui le exit tradizionali risultano più difficili da completare.

La logica dello strumento è lineare, anche se la struttura dell’operazione resta complessa. Un fondo esistente trasferisce alcuni asset in un nuovo veicolo creato ad hoc, un continuation fund, permettono agli sponsor di mantenere il controllo sugli asset considerati ancora strategici. Gli investitori originali hanno la possibilità di rollare (spostare i loro investimenti nel nuovo fondo), oppure uscire parzialmente o completamente, vendendo la loro quota nel nuovo fondo.

L’utilizzo di questi strumenti da parte dei gestori si è ampliato rapidamente. Oggi quasi il 75% delle maggiori società internazionali di private equity ha già completato almeno una transazione di continuation. Anche la platea degli investitori si è allargata: oltre ai fondi secondari tradizionali, partecipano con frequenza crescente anche Limited Partner che investono direttamente ed evergreen vehicle, cioè veicoli senza una scadenza prefissata e quindi più adatti a sostenere strategie di lungo periodo.

Exit difficili e valutazioni sotto pressione

La spinta dei continuation vehicle nasce dal blocco parziale delle vie d’uscita tradizionali. Con M&A più selettivo e IPO meno accessibili, molti gestori preferiscono trasferire gli asset in un nuovo veicolo invece di venderli in una fase di mercato sfavorevole. Per i fondi significa prendere tempo e continuare a lavorare su partecipazioni considerate ancora promettenti; per gli investitori, avere una possibilità di incassare almeno parte della posizione senza attendere una vendita tradizionale.
Questa crescita sta cambiando il modo in cui il private equity gestisce le exit. I continuation vehicle non eliminano le soluzioni classiche, ma aggiungono un canale intermedio tra vendita e mantenimento dell’investimento. Il punto critico resta la valutazione: il General Partner può trovarsi a guidare il trasferimento dell’asset dal vecchio fondo al nuovo veicolo, con un evidente rischio di conflitto di interesse. Gli investitori devono quindi decidere se restare o uscire sulla base di un prezzo definito in un processo che richiede massima trasparenza.
Nel 2025, secondo i dati citati da Bloomberg, solo il 7% delle operazioni secondarie è stato chiuso alla pari o sopra il NAV. Nonostante questo, il mercato continua ad ampliarsi: oggi quasi ogni grande gestore ha già utilizzato un continuation vehicle o sta valutando di farlo.

Nuovi rischi per gli investitori

Il mercato dei continuation vehicle si avvia verso un’altra fase di espansione. Nel primo sondaggio Compass, Houlihan Lokey ha intervistato 58 operatori attivi nel mercato secondario del private equity: l’86% si aspetta nuovi volumi record quest’anno, dopo i 225 miliardi di dollari raggiunti nel 2025 dall’intero comparto, un livello mai raggiunto prima.

Il dato fotografa un mercato ormai entrato nelle strategie ordinarie dei gestori. Per una parte degli operatori rappresentano una risposta pragmatica a una fase in cui vendere è più difficile: consentono di proteggere asset ancora validi, evitare cessioni penalizzanti e offrire liquidità agli investitori. Per altri, invece, possono rinviare problemi non risolti, spostando più avanti il confronto con la reale qualità degli investimenti e con la sostenibilità delle valutazioni.

In ogni caso, la crescita del mercato appare destinata a proseguire: sempre più gestori hanno già realizzato un continuation vehicle o stanno valutando nuove operazioni, anche di seconda o terza generazione. La sfida sarà capire se questa evoluzione renderà il private equity più flessibile e maturo oppure se finirà per aumentare la complessità e i rischi per gli investitori.