Legrenzi: Cina e scelte di investimento

1 Aprile 2021, di Redazione Wall Street Italia

L’articolo fa parte di un lungo dossier sulla Cina pubblicato sul numero di marzo del magazine Wall Street Italia.

di Paolo Legrenzi

Una persona saggia e avveduta, ma con eventuali interessi nei confronti degli assetti politici dei paesi in cui investe i suoi risparmi, ha di fronte a sé, all’inizio del 2021, un ventaglio di possibilità che qui prospetterò brevemente anche in relazione al crescente successo dell’economia e delle Borse cinesi.

Una prima possibilità, ed è la più semplice

Investire nei mercati di tutto il mondo con le quote dei vari paesi contemplate dall’indice delle Borse mondiali Msci All Country (il perché sia meglio rivolgersi alle azioni in grande prevalenza rispetto al reddito fisso lo ho già illustrato a lungo nei numeri passati della rubrica). Una scelta super-semplice anche perché l’indice più trattato si può acquistare e tenere a costi pressoché nulli. Questa scelta prescinde da considerazioni politico-culturali. Comunque questa decisione “neutra” non espone molto l’investitore sulla Cina se si pensa che persino nell’Msci Emerging Markets la Cina è presente solo per il 40%. Nell’indice Msci All Country Weighted Index la Cina pesa soltanto il 5,2%.

La seconda opzione: scelta tra democrazie piene e regimi

Una serie di altre diverse possibilità tiene conto del fatto che alcuni paesi hanno l’assetto di piene democrazie e altri sono democrazie imperfette. Altri poi sono regimi ibridi e, infine, abbiamo assetti più o meno autoritari. Nella mappa del mondo che vedete qui accanto, si passa dal colore blu delle democrazie piene, al rosso più o meno scuro dei regimi autoritari. Seguendo questa distinzione si possono fare scelte pure di democraticità, tenendo cioè presente come criterio per la scelta dei mercati su cui investire esclusivamente l’indice di democraticità. L’adozione di questo criterio ci porta a investire su molti importanti mercati: Nord-America, Nord-Europa, Regno Unito e Unione europea, Corea del Sud, Giappone e, infine, i mercati australi (Australia e Nuova Zelanda). Si tratta comunque di una buona scelta perché è ampia e diversificata a livello globale.

Inoltre si può, su questi mercati, sovra-pesare i trend di lungo periodo connessi all’innovazione tecnologica: varie forme di servizi basati sull’intelligenza artificiale, sulle innovazioni nelle bio-tecnologie e nelle energie pulite. Viene però esclusa la Cina, un paese dal regime autoritario (ma non dispotico) che concentra, con il mercato interno e grazie anche all’export, circa la metà della crescita mondiale, un trend che probabilmente continuerà negli anni a venire.

Molti non vogliono lasciarsi sfuggire il mercato cinese, corrispondente all’unica economia che ha chiuso il 2020 con una crescita del Pil (+2,3%). Si tenga presente che a questi ritmi di crescita nel 2028 la Cina diverrà la più importante economia del mondo, anzi ritornerà tale, vista la sua supremazia di molti secoli fa, prima del decollo delle economie industriali dell’Occidente. Oggi la forza dell’economia del gigante asiatico non si riflette ancora nella capitalizzazione delle Borse: l’indice statunitense S&P500, prescindendo dal fortissimo Nasdaq, capitalizza quasi 35mila miliardi di dollari mentre il Csi 300 cinese non supera i 7mila miliardi, leggermente inferiore allo stesso Eurostoxx.
Alla luce di queste considerazioni si aprono almeno altre due possibilità.

Azioni cinesi in portafoglio

La prima delle due possibilità è l’inserimento in portafoglio di una quota di azioni cinesi corrispondenti alla forza crescente dell’economia. Si tenga presente che la Cina, come gli Stati Uniti, presenta due principali indici: l’Msci China è dominato dalle azioni tecnologiche, che valgono da sole il 45% del peso totale dell’indice, con i colossi Tencent a Alibaba; il Csi 300 è invece distribuito tra finanza (28%), consumi di base (16%), industriali (12%), consumi discrezionali (11%), tecnologie dell’informazione (11%), salute (9,5%) e altri.
La seconda possibilità: avere in portafoglio una quota prudenzialmente più bassa di azioni cinesi rispetto al peso mondiale dell’economia cinese riservandola all’indice Csi 300 (acquistabile a un prezzo meno caro delle altre Borse, con un p/e di circa 20) per dedicare il sovrappeso delle tecnologie sopra elencate al mercato Usa, anche in considerazione del fatto che la tecnologia cinese può risentire delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina.

Non giudizi ma fatti

In sintesi, uno scienziato cognitivo non può mai dare giudizi di valore ma solo esporre i fatti, soprattutto quando trattano temi in cui economia e psicologia si interfacciano. Non entrerò quindi nelle considerazioni conseguenti ai diversi assetti politici e culturali relativi ai vari paesi, in particolare Stati Uniti e Cina.

Mi limito a ricordare che in passato e sui tempi molto lunghi, le democrazie si son rivelate più stabili e più in grado di affrontare turbolenze e incertezze rispetto ai regimi autoritari. Inoltre vorrei osservare che i paesi colorati di blu, nella figura che mostra gli indici di democraticità, offrono già un’ottima diversificazione per posizionamenti equilibrati sui trend di lungo periodo. Se invece una persona prescinde completamente da considerazioni legate alla democraticità dei paesi su cui investe, non c’è dubbio che i mercati borsistici cinesi sono usciti forti dalla pandemia, che in Cina è quasi terminata, e hanno iniziato con grande forza anche il 2021. Si pensi che il colosso Alibaba ha battuto le stime degli analisti essendo nel 2020 aumentato del 52% l’utile netto di competenza degli azionisti. Se una persona ha un atteggiamento etico nei confronti dei suoi investimenti, l’esclusione dei mercati cinesi per ora non è molto nociva.

Va però tenuto presente che i paesi con crescita forte, e che quindi si possono permettere una leggera inflazione, sono in condizioni migliori per affrontare l’enorme massa del debito pubblico che grava e graverà su tutto il globo, e anche sulla Cina, nella lunga fase della post-pandemia.