Chi ha salvato veramente l’Italia? Non fu Draghi

21 Marzo 2013, di Redazione Wall Street Italia

NEW YORK (WSI) – La più grande sfida per i politici italiani? Far uscire l’Italia dalla crisi con misure anti recessive, senza mettere a repentaglio la credibilità cosi’ faticosamente conquistata con la tempistivita’ di Monti e con i sacrifici degli italiani.

E’ quanto si legge in un articolo pubblicato da Paolo Manasse, professore di macroeconomia all’Università di Bologna, e da due ricercatori, Giulio Trigilia e Luca Zavalloni. Nel report dal titolo “Il Professor Monti e la bolla” si sottolinea che la crisi italiana è iniziata con Silvio Berlusconi ed è finita con Mario Monti.

A chi pensa che sia stato merito di Mario Draghi, va ricordato che quando il numero uno della Bce pronuncio’ le famose parole “we will do whatever it takes” per salvare l’euro, ormai l’allarme default lanciato dal balzo dei rendimenti italiani era gia’ rientrato. Tanto e’ vero che i contratti per mettersi al riparo dall’eventualita’ di un crack del debito non hanno subito grandi variazioni.

Nonostante la montagna di critiche per le misure impopolari che hanno messo in ginocchio un’economia gia’ claudicante e che, poi, si sono tradotte in un insuccesso elettorale, il premier uscente ha di sicuro un merito: quello di aver ridato credibilità al paese, dicono gli economisti.

Una prova di quanto affermato arriva se si effettua un controllo incrociato tra l’andamento dello spread, il differenziale tra i Btp e i Bund tedeschi, e il rischio di default. Come si può verificare dal grafico a fianco, lo spread tra i Btp a dieci anni e i Bund tedeschi è salito vertiginosamente da giugno a novembre 2011 passando dall’1,6% al 5,5%, costringendo Berlusconi a dimettersi per lasciare il posto al professore della Bocconi.

Da quel momento, il differenziale dei rendimenti tra i Btp e i Bund a 10 anni ha ricominciato a scendere, anche se non immediatamente, per risalire ancora tra marzo e luglio 2012. Prima di calmieraresi nuovamente in seguito al discorso di Draghi che tutti ricorderanno e in cui rassicurò gli investitori, dicendo che la Bce avrebbe fatto di tutto (e “sarebbe stato sufficiente”) per garantire la sopravvivenza dell’euro.

Era il 26 luglio del 2012 e le parole ebbero un effetto tranquillizzante sugli spread dove stava tornando il panico. Ma a livello di credit default swap, il costo per assicurarsi contro un eventuale crack del debito (nel grafico qui sotto sono messe a confronto Italia e Spagna) l’effetto Draghi, come molti sono invece naturalmente portati a pensare, non c’e’ stato.
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Da ciò va dunque dedotto un fatto innegabile: più che dai fondamentali dell’economia, l’andamento del differenziale dei rendimenti dei titoli di stato è influenzato da quella che gli economisti chiamano credibilità della nazione, in pratica le aspettative future sull’economia.

Un concetto che non dovrebbe – secondo gli economisti – essere messo mai piu’ in secondo piano dai politici. I dati dimostrano – si legge nell’articolo – che, così come è stato difficile ricostruire la credibilità della classe politica italiana, altrettanto facile è perderla (così come dimostra la recente corsa del debito italiano).