Certificati, strategie di investimento pronte al consumo

6 Febbraio 2020, di Alessandro Piu

I dati relativi all’intero 2019 non sono ancora stati diffusi dall’Associazione Certificati e Prodotti di Investimento (Acepi), ma già quelli relativi ai primi tre trimestri dell’anno testimoniano un nuovo record per il mondo dei certificates, con 543 prodotti collocati sul mercato primario, per un controvalore di 13,3 miliardi di euro. In Europa, nello stesso periodo, l’Associazione Europea dei Prodotti di Investimento Strutturati (Eusipa) ha registrato investimenti per 277 miliardi di euro.
Forse ancora più importante dei freddi numeri è la constatazione che questi strumenti derivati – in quanto derivano il loro valore dall’andamento di un’attività sottostante – rientrano in misura crescente nelle strategie di investimento sia dei singoli investitori che dei consulenti finanziari.

Secondo i dati contenuti nell’ultimo report trimestrale di Assoreti nel 2019 la presenza di certificates nei portafogli dei clienti delle reti di consulenza finanziaria è cresciuta del 10%. Si tratta della categoria di prodotto che ha registrato il maggiore incremento. Sebbene in valore assoluto sia una quota ancora residuale, pari a 6 miliardi di euro, lo 0,9% del totale delle asset class nei portafogli, rimane il trend di fondo di crescita e maggiore interesse per questa tipologia di prodotto.
WSI ha chiesto a Luca Comunian, head of Marketing, Cross asset distribution Italy di Bnp Paribas un commento su queste cifre.

Quando hanno esordito in Italia, sul finire degli anni ’90, i certificati di investimento erano un oggetto sconosciuto per molti. Anzi, da più parti venivano criticati per la loro complessità. Da allora cosa è cambiato?
“Ci si è resi conto che in realtà i certificates sono strumenti molto flessibili, accessibili e utili sotto il profilo della diversificazione di portafoglio.
Sicuramente in loro c’è un grado di complessità, giustificato però dal fatto che si tratta di strategie già pronte e impacchettate in un unico prodotto. Grazie alla loro flessibilità, le strategie che si possono implementare sono molteplici: dalla protezione condizionata del capitale, al rendimento anche in caso di ribasso dei sottostanti con i bonus certificate, fino all’ottenimento di premi periodici con i cash collect, solo per fare alcuni esempi”.

Secondo Assoreti la quota di certificates nei portafogli delle reti di consulenti finanziari è cresciuta del 10% nell’ultimo anno. Si tratta, tuttavia, ancora di una frazione minima del totale (inferiore all’1%). Come interpreta questi dati?
“Ne do un’interpretazione doppiamente positiva. In primo luogo perché i certificates sono lo strumento di investimento che ha registrato la crescita percentuale maggiore in termini di presenza nei portafogli dei consulenti. Questo significa che c’è interesse per questi prodotti.
In secondo luogo perché una quota ancora limitata lascia molto spazio per crescere.
Siamo appena all’inizio e credo che i certificates verranno presi in considerazione sempre più spesso dai consulenti per completare le strategie dei portafogli dei loro clienti”.

Che ruolo hanno i certificates all’interno  di un portafoglio di investimento?
“I consulenti utilizzano i certificates per varie ragioni. Come sostituto dei titoli azionari quando vogliono entrare su un titolo abbassando il rischio grazie alla protezione condizionata offerta da alcune strutture. Oppure per diversificare il portafoglio. Ci sono poi i certificati che permettono di incassare premi periodici, al verificarsi di determinati eventi, un funzionamento che ricorda quello delle obbligazioni. Sia chiaro che esiste una differenza sostanziale nel livello di rischio di un’obbligazione e di un certificato che investe su un’azione, tuttavia il flusso di rendimento periodico riscuote un buon successo per le ragioni che ho appena indicato.
Infine, c’è un tema di trattamento fiscale. Le plusvalenze realizzate con i certificates sono soggette a un’aliquota fiscale sui capital gain del 26% ma, essendo considerate redditi diversi, possono essere compensate con eventuali minusvalenze accumulate nei quattro anni precedenti. con gli Etf, per esempio, questo non è possibile”.

 

Per approfondimenti l’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di febbraio di Wall Street Italia