BORSA: PARLARE
DI CORREZIONE
PER ESORCIZZARLA

di Redazione Wall Street Italia
1 Febbraio 2007 16:26

*Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist di Abaxbank ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori qualificati, così come definiti nell’art. 31 del Regolamento Consob n° 11522 del 1° luglio 1998 e successive modifiche ed integrazioni. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) –
Si accumula sulla scrivania una piccola letteratura di studi usciti negli ultimi giorni sulla correzione azionaria prossima ventura. Le argomentazioni vanno dalla durata della gamba di rialzo (già sette mesi consecutivi), al rallentamento della crescita anno su anno degli utili (che è già iniziato e che sarà più evidente dal prossimo trimestre), al dissolversi del sogno di una lunga serie di ribassi dei tassi da parte della Fed per arrivare infine agli indicatori di sentiment.

Tra questi ultimi ne vengono citati due che si sarebbero dimostrati infallibili, negli ultimi anni, nel prevedere correzioni degne di nota nei tre mesi successivi. Il primo è l’aumento della propensione ad acquistare alti beta e il secondo è la performance relativa dei mercati azionari emergenti rispetto ai mercati core.

Prima di esaminare il tema specifico della correzione proviamo a fare ordine nelle condizioni al contorno. Il quadro macro, per cominciare. Il quarto trimestre, sul quale ormai disponiamo di tutti i dati più importanti, è andato così così per la produzione industriale globale e molto bene, anche meglio del previsto, per i consumi. Dell’inizio di recessione di cui si parlava ancora a settembre da parte di alcuni (conserviamo studi e articoli nel nostro museo degli errori) non si è vista nemmeno l’ombra. Del pesante rallentamento dei consumi, conseguenza dell’innegabile stanchezza del mercato immobiliare, non c’è traccia.

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Forse hanno consumato di meno gli agenti immobiliari, ma tutti gli altri hanno dato più importanza al fatto di avere un nuovo posto di lavoro (o di considerare più sicuro quello che hanno) che all’erosione del valore della loro casa, di cui si parla dappertutto tranne che nelle statistiche (l’SP/Case-Shiller Composite 20 City Home Price Index è sotto dell’uno per cento dai massimi storici, ma è ancora sopra il livello di inizio 2006, mentre a Londra i prezzi stanno riaccelerando).

La dissonanza tra produzione e consumi è un fatto abbastanza frequente e lo è ancora di più nei periodi di crescita tiepida, quella che piace tanto ai mercati. Nel giro di qualche settimana, tipicamente, produzione e consumi si incontrano a metà strada e a volte vanno anche più in là, invertendo le loro posizioni iniziali.

Insomma, il quadro macro continua ad andare secondo programma ed è sotto controllo. Il risultato fin troppo brillante del Pil americano del quarto trimestre è dovuto almeno in parte a fattori meteo (avendo fatto caldo si è importato meno petrolio e si sono costruite più case) e rientrerà nel primo trimestre.

Certo, un Pil al 3.5% dà nell’occhio, soprattutto in una fase che è supposta essere di rallentamento, e costringe al silenzio i cantori dei ribassi dei tassi, facendo invece risorgere dalle loro ceneri i falchi che accarezzano l’idea di nuovi rialzi.

La Fed non darà ascolto né agli uni né agli altri. Andrà avanti per la sua strada e non farà niente per un pezzo, in primo luogo perché è più comodo, in secondo luogo perché così non si destabilizzano i mercati e in terzo luogo perché i tassi vanno bene proprio così come sono. L’inflazione infatti sta calando, ma il rischio che riacceleri più avanti partendo da una base troppo alta è forte, per cui è meglio mantenersi leggermente restrittivi ancora per qualche mese.

Come si vede il quadro macro, da solo, non giustifica preoccupazioni serie. Quanto al petrolio in risalita, la luce comincia a lampeggiare solo sopra i 65 dollari. Sui tassi, infine, se la Fed non li abbassa perché l’economia va bene non si vede dove sia il problema, a meno di non adottare un modo di pensare perverso per cui essere malati è bello perché tutti ti coccolano ed essere sani è brutto perché non ti coccolano più.

Venendo alle dinamiche interne al mercato il discorso è leggermente diverso, perché il mercato può essere a volte il peggiore nemico di se stesso. Ci sono qua e là segnali di esuberanza. Le borse emergenti stanno correndo troppo. Il Fondo Monetario ha appena dichiarato che la borsa indiana è troppo cara da tutti i punti di vista. Il governo cinese è preoccupato per la bolla che si sta formando.

Se i mercati daranno prova di autodisciplina, magari con l’aiuto di qualche leggera bastonata da parte dei policy maker nelle zone o nei momenti di maggiore tensione, sarà sufficiente andare piano (molto piano) ancora per un paio di mesi per evitare una correzione.

Nel caso invece lo stato di perfezione macro (attestato dal comunicato del Fomc di questa sera) dia alla testa ai mercati e li induca a salire, la correzione sarà inevitabile e proporzionata all’esuberanza che l’avrà preceduta. Il problema degli stati di perfezione, infatti, è che non sono eterni e non possono diventare ancora più perfetti.

Fra tre quattro settimane, ad esempio, potremmo vivere un allineamento di eventi di questo tipo. Petrolio lontano dai minimi (dal primo febbraio scattano nuovi tagli alla produzione già deliberati). Dati tedeschi relativi a gennaio non entusiasmanti (previsti da tutti, ma sappiamo che un conto è prevedere e un conto è vedere). Percezione che il Pil americano di questo trimestre sta crescendo di meno. Timore che le stime bottom up per gli utili anno su anno del primo trimestre, non esaltanti, siano corrette.

Se tutto questo dovesse realizzarsi contemporaneamente una correzione sarebbe inevitabile. Piccola, reversibile, selettiva, ma pur sempre correzione. Un’inezia per i real money, ma sgradevole per i venditori aggressivi di volatilità, che compensano i premi incassati sempre più bassi con quantità vendute sempre più alte.

In ogni caso, concentrarsi troppo sui rischi di una correzione ci pare fuorviante, oltre che essere inutilmente sadomasochista. Il timone va orientato sulla stella polare, luminosa e rassicurante ancora per quest’anno, non sulla possibilità di brezze contrarie e di qualche spruzzo d’acqua in faccia.

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