Blitz dei sindacati Chrysler contro piano di fusione con Fiat

11 Gennaio 2013, di Redazione Wall Street Italia

WASHINGTON (WSI) – È una guerra sottile e invisibile quella che si gioca tra la Chrysler, l’azienda automobilistica controllata dalla Fiat e di cui Sergio Marchionne è amministratore delegato, e il sindacato dei metalmeccanici Usa, Uaw. Oltre a essere la controparte sindacale di Marchionne, infatti, l’Uaw attraverso il suo fondo sanitario, Veba, detiene una importante quota minoritaria della Chrysler, il 41,5%, immobilizzata dal 2008, quando l’organizzazione diretta da Bob King spalleggiò il salvataggio dell’automobile da parte di Barack Obama intervenendo con fondi propri per salvare Chrysler e General Motors.

Da tempo l’Uaw ha bisogno di far rientrare quel capitale per tenere in equilibrio i conti del fondo e garantire ai suoi assistiti, che sono esclusivamente i lavoratori in pensione, i costi sostenuti per benefit assicurativi, sussidi di disoccupazione, cure mediche e altro ancora.

IERI la Fiat ha reso noto che il fondo Veba ha presentato una domanda di registrazione del 16,6% delle proprie azioni. La registrazione è un passaggio tecnico-amministrativo propedeutico alla offerta pubblica delle azioni medesime (Ipo) cioè al collocamento sul mercato. Non la rende automatica, dipende cioè dalle deliberazioni della Sec, la Consob americana, ma secondo i commentatori statunitensi di autonews.com ? la mossa Uaw è stata una forma di pressione affinché la Fiat riacquisti le quote in mano al sindacato a un prezzo equo.

E, come vedremo, la questione della valutazione di Chrysler è la variabile decisiva di questa storia.. Va anche detto che la vendita ad azionisti terzi di una quota della Chrysler, spiega ancora il giornale online statunitense, complicherebbe il piano di Marchionne “di fondere la Fiat e la Chrysler entro il 2015”. La questione è molto complessa e valutazioni tecniche si mescolano alle strategie aziendali e finanziarie.

Quando firmò l’accordo con il sindacato la Fiat sottoscrisse un lunghissimo contratto in cui, tra mille dettagli, siglava un accordo di “call option” con l’Uaw. “Call option”, cioè diritto ad acquistare prioritariamente una parte delle azioni possedute dal fondo Veba (il 40 per cento del 41,5 nelle mani dell’Uaw, pari al 16,6% totale) tra il 1 luglio 2012 e il 30 giugno 2016. L’accordo prevedeva ancora che la Fiat può acquistare una quota definita, il 3,32 per cento, ogni sei mesi.

La prima opzione è stata esercitata nel 2012 e attorno a questa opzione è nato il primo contenzioso. Per quella quota, infatti, la Fiat ha offerta al fondo Veba 139,7 milioni di dollari stimando così il valore totale della compagnia in 4,2miliardi di dollari. Il fondo Veba, invece, ne ha chiesti 343 milioni, più del doppio, per una valutazione complessiva di 10,3 miliardi (parliamo sempre di dollari). Riportata sul 41,5% detenuto dal sindacato si tratta di una differenza di 2,5 miliardi a svantaggio dei lavoratori capeggiati da Bob King. Ecco perché le parti hanno deciso di ricorrere al tribunale del Delaware che si pronuncerà entro il primo trimestre 2013.

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