Private equity: investimenti a 11 trilioni di dollari nel 2025. Ecco perchè cresceranno anche in Italia

17 Marzo 2022, di Valentina Magri

Gli investimenti in private equity saliranno a 11 trilioni di dollari entro il 2025. Lo prevede o studio The Future is Private. Unlocking the Art of Private Equity in Wealth Management realizzato da Boston Consulting Group (BCG) in collaborazione con iCapital. A livello di investitori, il contributo dei privati crescerà di 2,4 volte tra il 2020 ed il 2025, quando sfiorerà i 1.200 miliardi. Tuttavia, la presenza degli investitori privati nei fondi di private equity si estenderà non solo in termini di volume, ma anche di provenienza geografica. Saranno, infatti, i clienti cinesi e americani ad apportare il maggiore contributo a questa asset class.

Analogamente, anche gli investitori europei giocheranno un ruolo sempre più rilevante nel panorama dei fondi di private equity. Sebbene su scala minore, anche i singoli risparmiatori italiani aumenteranno il proprio contributo a questa asset class entro il 2025, quando arriveranno a detenere 13,5 miliardi nei fondi di private equity.

Valentina Magri | Wall Street Italia

I motivi dietro l’aumento di investimenti in private equity

L’aumento degli investimenti in private equity è conseguenza da un lato della grande ricchezza finanziaria globale in circolazione, che ha raggiunto il valore record di 250 mila miliardi di dollari: +8,3% nel corso del 2020.

Un trend destinato a consolidarsi anche in futuro, quando la ripresa economica favorirà ulteriormente l’espansione del mercato e di alcune classi di investimento in particolare: gli asset alternativi. Nei prossimi 5 anni l’esposizione degli investitori individuali a tali asset salirà di 4.000 miliardi. Tra questi asset, rientrano anche i fondi di private equity, già cresciuti da 2.400 a 5.300 miliardi tra il 2015 e il 2020.

A favorire l’aumento degli investimenti in private equity è anche la fame di rendimenti, in quanto questa asset class ne offre di maggiori rispetto ad azioni e obbligazioni. Potendo intercettare compagnie ad alta crescita prima della quotazione, il private equity ha offerto rendimenti netti superiori di almeno il 3% rispetto ai principali indici internazionali in un arco di 5, 15 e 20 anni. Presenta inoltre il pregio della diversificazione temporale: poiché hanno una scadenza media di 10 anni, i fondi possono gestire le crisi, evitando di vedersi costretti a vendere ai minimi nei periodi di stress finanziario.

Oltre che ai clienti. il private equity conviene anche ai wealth manager, in quanto fornisce una preziosa fonte alternativa di ricavi in un’epoca di elevata pressione sulle commissioni di gestione e di conseguenza sui margini.

Importante per la promozione del private equity è stato anche il ruolo delle fintech, che hanno sostenuto la democratizzazione dei private market. Dal 2017 il numero di fintech che offrono servizi per il mercato degli alternativi è raddoppiato. Alcune aiutano i wealth manager nel raggruppare i patrimoni di più clienti per raggiungere la soglia minima di sottoscrizione dei migliori private equity. Altre permettono agli utenti di acquistare e scambiare direttamente quote di fondi, con un impegno a partire da 20 mila dollari. In entrambi i casi, queste piattaforme digitali hanno il merito di rendere la partecipazione ai mercati privati semplice quasi quanto l’acquisto di azioni in borsa, agevolando compliance, tenuta della contabilità e oneri fiscali.

La spinta legislativa italiana ai fondi d’investimento alternativi

Per quanto riguarda l’Italia, un ulteriore spinta all’investimento in private equity proviene dalla legislazione, e in particolare dall’abbassamento delle soglie di minime d’investimento nei fondi d’investimento alternativi (FIA). Il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 13 gennaio 2022 n. 19, pubblicato il 16 marzo scorso in Gazzetta Ufficiale, e che entrerà in vigore il prossimo 30 marzo, ha ridotto a 100 mila euro la soglia d’ingresso ai fondi di investimento alternativi (FIA) per gli investitori non professionali, prevista ora a 500 mila euro dal Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze 5 marzo 2015, n. 30. La misura era stata richiesta negli ultimi anni sia dall’Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt (AIFI), sia dall’Associazione Italiana Private Banking (AIPB). AIFI aveva altresì richiesto, in sede di consultazione al Mef e nelle interlocuzioni successive, la possibilità che l’abbassamento della soglia e il limite di concentrazione non dovessero essere necessariamente accompagnati dal regime di consulenza. L’associazione intende portare avanti la sua richiesta nelle sedi competenti. Ad ogni modo, la nuova soglia d’investimento permetterà di convogliare una grande quantità di risparmio privato in investimenti in economia reale, anche attraverso il private equity.

Il private equity in Italia

Ricordiamo che il 2021 è stato un anno record per il private equity in Italia. I primi dati sul tema dell’Osservatorio PEM (Private Equity Monitor) della LIUC Business School, che monitora le operazioni di private equity nel segmento later stage (expansion, buyout, replacement e turnaround), ha contato l’anno scorso 383 deal. Non solo vi è stata una netta crescita rispetto ai 252 del 2020, ma si tratta anche della prima volta in cui è stata superata quota 300. Il nord Italia fa ancora la parte del leone (oltre il 35% del mercato), ma sono in aumento le operazioni anche al centro sud. A livello di settori, hanno dominato scienze della vita e industria, che dovrebbero suscitare l’interesse degli investitori anche quest’anno.

Nei primi due mesi del 2022 sono stati chiusi 52 nuovi investimenti di private equity, rispetto ai 45 dello stesso periodo del 2021. Oltre la metà (54%) è stata realizzata da soggetti internazionali.

Il parere degli esperti

Edoardo Palmisani, managing director, partner di BCG e co-autore dello studio sul private equity, ha spiegato: “Oggi banche e wealth manager hanno l’opportunità di facilitare l’accesso degli investitori individuali al private equity. Così facendo, i wealth manager potranno aiutare gli investitori a diversificare maggiormente i propri portafogli e a migliorare significativamente il loro potenziale di rendimento. Dall’altro, espandendo i loro servizi nell’offerta private equity, prodotto a valore aggiunto e con buone marginalità, sia le banche che i wealth manager potranno alleviare parte della pressione sui margini che stanno vivendo in questo momento sui prodotti più tradizionali”.

Giovanni Covazzi, principal di BCG e co-autore dello studio, ha  aggiunto: “Banche e wealth manager, per gestire al meglio l’opportunità, dovranno però definire un approccio sistematico al private equity per ridurre le barriere che storicamente hanno limitato l’accesso degli investitori individuali. In primis  definendo modalità di accesso a fondi di alta qualità a livelli di investimento con soglie minime accessibili, insieme a un’esperienza semplificata e fortemente digitalizzata in ogni fase del ciclo di vita dell’investimento per limitare la complessità degli attuali processi di gestione, dalla sottoscrizione alla gestione delle capital call. In questo contesto soluzioni tecnologiche di mercato, potenzialmente in partnership con le fintech, potranno supportare l’offerta a scala di questa asset class.”

Marco Bizzozero, head of international di iCapital, ha concluso: “Stiamo assistendo a una rilevante creazione di ricchezza al di fuori dei mercati pubblici, dovuta al fatto che le società rimangono private più a lungo. Di conseguenza, e tenuto conto dei maggiori benefici in termini di rendimento e diversificazione, molti gestori patrimoniali stanno facendo dei mercati privati una priorità strategica fondamentale. La tecnologia e la formazione giocheranno un ruolo fondamentale nel supportare i wealth manager nel rispondere alla crescente domanda di incorporare gli investimenti nei mercati privati in un portafoglio diversificato dei loro clienti”.