Banche venete: autodifesa di Bankitalia per salvare la faccia

14 Luglio 2017, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Mentre l’ultimo rapporto di Mediobanca R&S lancia l’allarme affermando che le banche italiane hanno in pancia crediti deteriorati quattro volte in più della media europea, arriva un altro capitolo della saga sulle banche venete salvate in extremis dallo Stato con l’intervento di Intesa SanPaolo.

Si faccia una domanda e si dia una risposta: così hanno pensato a Bankitalia nel pubblicare un documento che ha ad oggetto le due banche venete e che contiene una serie di interrogativi fatti da via Nazionale in cui tenta di salvarsi la faccia affermando di aver vigilato e in tempo.

Alla domanda sul perché le due banche non furono commissariate, da Via Nazionale rispondono così:

“Per VB i primi segnali di scadimento della situazione tecnica vennero da accertamenti ispettivi condotti nel 2013 dalla Banca d’Italia. Le maggiori perdite allora riscontrate non erano tali da compromettere il rispetto dei requisiti minimi patrimoniali; non ricorrevano le condizioni previste dal Testo unico bancario per commissariare la banca. (…) Anche nel caso della BPV non ricorrevano i presupposti del commissariamento; i primi segnali di irregolarità amministrative emersero nel 2014, quando – sulla base di evidenze cartolari – si riscontrò che la banca acquistava azioni proprie senza aver prima chiesto l’autorizzazione alla Vigilanza”.

A puntare il dito contro la mancata vigilanza di Banca d’Italia un articolo de Il Fatto quotidiano.

“Nell’ottobre 2015 la Banca d’Italia raccontava ai cittadini che l’alta dirigenza della Banca popolare di Vicenza è stata rinnovata anche se non era vero, perché Gianni Zonin ha continuato a presiedere l’istituto fino a fine novembre e con lui in consiglio sedevano ancora diversi indagati. Ma non è questo il punto: la banca si trovava già in un’evidente situazione di dissesto e la Banca d’Italia cosa diceva ai cittadini? Che le recenti misure adottate, vale a dire le delibere di trasformazione in spa, di aumento di capitale e di quotazione delle azioni assicureranno trasparenza alla formazione del prezzo e liquidità all’investimento in azioni, come se avessero davvero potuto essere realizzate”.

Nelle Faq l’istituto guidato da Ignazio Visco tra l’altro esalta l’iniezione di capitale da parte del fondo Atlante nelle due banche venete che suona come una beffa, l’ennesima, per gli azionisti.

“E’ servita a finalizzare una importante transazione con oltre il 70% degli azionisti, senza la quale i rischi legali sarebbero stati insostenibili per qualsiasi acquirente.

In pratica una seconda stangata ai danni di chi era stato truffato e aveva perso già sostanzialmente tutto e che per un piatto di lenticchie ha rinunciato anche a far valere i propri diritti: nonostante settimane di campagna pressante in cui si sono spesi tutti (dal governo a diversi esponenti delle autorità di controllo per non parlare di certi giornali) per convincere gli azionisti ad aderire, la soglia “minima” dell’80% non è stata neanche raggiunta. Il problema, e la Banca d’Italia così come il Tesoro lo sanno benissimo, non era affatto il contenzioso potenziale (che come abbiamo visto è finito nella bad bank e non è stato certo assunto da Intesa Sanpaolo), ma il fatto che le due banche fossero ormai sostanzialmente fallite.

Ma questo non sta bene dirlo, non è funzionale alla narrazione di Via Nazionale”.