Argentina, “la sconfitta di Macri figlia delle logiche fallimentari del Fmi”

14 Agosto 2019, di Alberto Battaglia

La sconfitta del presidente argentino Mauricio Macri alle primarie, in vista delle prossime elezioni del 27 ottobre, è stata in gran parte attribuita alla durezza delle politiche economiche dell’ultimo anno. L’austerità è stata ancora una volta, la contropartita necessaria affinché il Fondo Monetario Internazionale accordasse all’Argentina un prestito da 57 miliardi di dollari – il più grande mai erogato dal Fondo. Prima di questo passo, compiuto lo scorso anno, la presidenza Macri aveva avviato una pericolosa tendenza all’indebitamento (aumentato di 30 punti sul Pil solo fra 2017 e 2018) unita ad una maggiore libertà del tasso di cambio, che ha consentito una svalutazione immediata del 30% nel dicembre 2015 e poi proseguita negli anni successivi. Da quando Macri è entrato in carica il peso argentino ha ceduto oltre l’80% del suo valore. Questo, peraltro, non ha consentito grandi miglioramenti al saldo delle partite correnti argentine fra 2015 e 2018 – e solo nel corso dello scorso anno le cose sono migliorate su questo versante grazie a una durissima dieta di austerità. Nel frattempo, però, il Pil è crollato, con quattro trimestri consecutivi a segno meno (l’ultimo, il primo quarto del 2019, è stato archiviato con un -5,8%).

Secondo Jayati Ghosh, professoressa di economia presso Jawaharlal Nehru University a New Delhi, questo tracollo è un parente stretto di quello visto in Grecia, dopo gli aiuti internazionali che non hanno consentito un vero e proprio default. Gli errori commessi dal Fmi in Grecia sono stati apertamente riconosciuti nel 2013. Ma, secondo quanto scrive Ghosh in un commento pubblicato su Project Syndacate, poco è cambiato nell’atteggiamento del Fmi rispetto ai suoi interventi finanziari sulle economie in crisi.

“In cambio della liquidità del Fmi, l’Argentina ha dovuto attuare enormi tagli, al fine di riequilibrare il suo bilancio primario nel 2019 e ridurre significativamente il suo deficit con l’estero. L’Argentina ha accettato – e l’economia è costantemente peggiorata”, afferma la professoressa, “oggi, l’inflazione sta superando il 55%, il tasso di povertà ha superato il 30% e la produzione e l’occupazione si stanno riducendo. L’Argentina non si avvicina in alcun modo agli obiettivi del Fmi sugli investimenti e sulla crescita del Pil, che sono già stati rivisti due volte. Ulteriori revisioni al ribasso stanno arrivando senza dubbio”.

Uno dei principi di fondo a sostegno della cosiddetta austerità espansiva è che la prudenza nel bilancio pubblico e le privatizzazioni conducano a un brusco aumento degli investimenti esteri verso il Paese in difficoltà, con la possibilità di far ripartire la crescita. “Un’economia in rovina, dovrebbe essere chiaro, non è attraente per il capitale privato”, argomenta Ghosh, citando un ulteriore piano di aiuti Fmi che sarebbe destinato al peggio, quello approvato lo scorso marzo per l’Ecuador. In attesa del ritorno degli investitori esteri, l’Argentina, come prima ancora era toccato alla Grecia, subisce le conseguenze sociali della crisi economica. Lo scenario, adesso, è che peronismo di sinistra possa ritornare al potere diminuendoo ulteriormente l’attrattività del Paese per i capitali esteri.

“Come può l’Fmi giustificare un approccio [verso i prestiti internazionali] con esperienze storiche così scarse?” si interroga l’accademica indiana, “una spiegazione potrebbe essere la mancanza di responsabilità che permea la burocrazia dell’istituzione, fino ai vertici”.