Appello allo Stato: “Forza, vendete. E giù le tasse”

5 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Ciò che ci impedisce di ridurre le tasse – aumenteranno di 1,2 miliardi di euro nel 2014 – non è il deficit, ma il debito, che continua a crescere. Alla fine dell’anno raggiungerà il 133% del Prodotto interno lordo (Pil), trenta punti in più in un decennio.

Nonostante i tassi siano molto bassi, oggi spendiamo 85 miliardi l’anno per gli interessi, il 5,4 per cento del Pil. Ma prima o poi i tassi aumenteranno: sia perché saliranno i tassi americani, sia perché il nostro spread si allargherebbe di nuovo se gli investitori si preoccupassero di un debito troppo elevato.

È indispensabile quindi farlo scendere, allontanandoci da una soglia di guardia che preoccupa gli investitori e ci espone al rischio che un giorno i mercati possano rifiutarsi di sottoscrivere i titoli emessi dallo Stato.

Ci sono due modi per ridurre il debito: tassare la ricchezza privata mediante un’imposta patrimoniale (che dovrebbe essere assai elevata per ridurre significativamente il debito), oppure ridurre lo spazio che lo Stato occupa nell’economia privatizzando imprese e vendendo immobili.

A noi pare che la seconda sia la strada da seguire dato il vasto spazio che Stato e amministrazioni pubbliche occupano nella nostra economia.

Si era cominciato a farlo negli anni Novanta. Poi, governo dopo governo, sia di centrodestra che di centrosinistra, si è ricaduti in un vecchio errore: illudersi che la «politica industriale», cioè dirigismo e imprese pubbliche, possano produrre crescita. Invece, come si è visto anche recentemente con i casi di Finmeccanica e Alitalia (e come accade ogni giorno in modo meno visibile in migliaia di imprese controllate da Comuni e Regioni) finiscono per generare corruzione e costare miliardi ai contribuenti. Ha ragione quindi il ministro Saccomanni a insistere con le privatizzazioni.

Ma non appena si parla di privatizzare, si levano cori indignati sul «valore strategico» di questa o quell’impresa, su quanto sia essenziale che essa rimanga «italiana». E subito si ricordano i «disastri» delle privatizzazioni del passato.

Spesso questi cori servono solo a proteggere una cordata di imprenditori italiani, come quelli che acquistarono Alitalia dopo che lo Stato si era accollato 3 miliardi di debiti e che, trascorsi solo cinque anni, sono falliti una seconda volta. Oppure a non disturbare il connubio tra qualche politico e qualche impresa pubblica.

Guardate invece al Nuovo Pignone: venduto dallo Stato alla General Electric negli anni Novanta, il Pignone è cresciuto diventando un’eccellenza mondiale nel settore delle turbine.

Merito di un’azionista intelligente, ma soprattutto di lavoratori e dirigenti di grande valore. Alla General Electric non verrebbe mai in mente di spostare altrove quell’azienda.

Sarebbe stato meglio vendere Ansaldo energia alla Doosan, una grande azienda industriale sudcoreana, anziché alla Cassa depositi e prestiti, un ente pubblico che non ha alcuna esperienza nel settore dell’energia. Fra l’altro, questa non è una vera privatizzazione dato che il maggiore azionista della Cassa è lo Stato.

La cessione delle quote che il ministero dell’Economia ancora possiede in Eni, Enel, Terna, Finmeccanica, Fincantieri, Poste Italiane, Sace, ST Microelectronics e Cassa depositi e prestiti produrrebbe circa 60 miliardi di euro.

Le Ferrovie, da sole, secondo alcune stime, altri 36. A questi si aggiungono le aziende pubbliche locali: Roberto Perotti e Luigi Zingales stimano il loro valore in circa 30 miliardi. Infine vi sono gli immobili, che è però molto difficile valutare e spesso ancor più difficile (ma non impossibile) vendere: secondo alcune stime il loro valore è di circa 300 miliardi. In totale il 6% del Pil dalla cessione di quote azionarie, e fino al 15% dalle cessioni immobiliari.

Si cita spesso Telecom Italia come esempio di una privatizzazione fallita. Ma di chi è stata la colpa? Certamente dei privati, in primis di Roberto Colaninno, che hanno acquistato Telecom a debito e trasferito quei debiti sull’azienda, affossandola. Ma come è potuto accadere? Chi lo consentì?

Il governo di allora, presieduto da Massimo D’Alema, non si chiese quali sarebbero state le conseguenze industriali dell’Opa (Offerta pubblica di acquisto). Avrebbe potuto intervenire, usando il pacchetto di azioni – piccolo ma determinante – ancora possedute dal ministero dell’Economia (perplesso sull’Opa), decise però di non farlo.

Fu una scelta non priva di conseguenze (e, a posteriori, di colpe). E comunque per una Telecom finita male c’è un marchio come Pavesi risorto, una Autogrill che, acquistata dalla famiglia Benetton, è diventata il leader mondiale nella ristorazione aeroportuale. La stessa famiglia non ha avuto altrettanto successo con gli Aeroporti di Roma, una società soggetta a forte regolazione pubblica e quindi a influssi politici diretti. Un’esperienza che dimostra come in Italia il rapporto tra privati e una politica regolatrice incapace di svolgere il suo ruolo non funziona.

Se davvero privatizzare è tanto difficile, rimane solo una strada per ridurre il debito: tassare i contribuenti onesti. Intanto i ricchi, preoccupati dalla possibilità che la loro ricchezza venga colpita da una patrimoniale una tantum, l’avranno già nascosta all’estero.

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