Alert Credit Suisse: short selling su banche italiane ai massimi in Europa

23 Ottobre 2018, di Alessandra Caparello

Il settore italiano è stato colpito da un’ondata di vendite derivante da quello che in gergo finanziario è chiamato short selling, ossia la pressione derivante dalle vendite allo scoperto. Cos’è lo short selling? Ne da una definizione esaustiva BorsaItaliana.it.

La vendita allo scoperto (o short selling) è un’operazione finanziaria che consiste nella vendita di strumenti finanziari non posseduti  con successivo riacquisto. Questa operazione si effettua se si ritiene che il prezzo al quale gli strumenti finanziari si riacquisteranno sarà inferiore al prezzo inizialmente incassato attraverso la vendita. Nel caso in cui si verificasse quanto detto, il rendimento complessivo dell’operazione sarà positivo; al contrario risulterà negativo se il prezzo dello strumento è aumentato.

Secondo gli analisti della banca d’affari Credit Suisse, complici le tensioni per la legge di bilancio e il rialzo dello Spread, gli short sellers, i venditori allo scoperto, si sono concentrati negli ultimi mesi con particolare attenzione sull’Italia, prendendo di mira le banche di medie dimensioni, caratterizzate da un elevato flottante, il che permette tecnicamente di prendere posizioni importanti al ribasso.

Se mettiamo a confronto l’andamento delle banche italiane con le concorrenti del Sud Europa notiamo che le posizioni di short selling sono considerevolmente più alte e stazionano su livelli insolitamente elevati.

In particolare, gli short seller si sono concentrati soprattutto su banche italiane medio-piccole. La banca più venduta allo scoperto in Europa è il Banco Bpm , con un netto negativo del 9,9% , seguita da Bper  con il 7,1%, Ubi con il 6,2%, contro il 3,5% della Banca del Pireo in Grecia, a seguire il 3% del Portogallo e il 2,7% della Spagna.

 Oggi le banche italiane scambiano a 0,57 volte il rapporto price to book value (valore di mercato/patrimonio netto), che le rende di primo acchito a buon prezzo, ma il valore è ancora “molto alto rispetto alla crisi precedente del 2011-2012”

Inoltre dicono gli analisti non aiuta l’introduzione della tassa sulle banche da parte del governo. Se il rating dell’Italia scendesse sotto il livello investment grade (quindi a junk), il Cet1 ratio delle banche perderebbe ben 90 punti base.