ALERT: CHI SCOMMETTE SUL DEFAULT DELL’ITALIA?

16 Novembre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Il debito crescente porterà alla spaccatura dell’eurozona? John Plender, opinionista del Financial Times, osserva che la stabilità dell’eurozona è ancora una volta in questione, mentre c’è chi scommette «pesantemente» sul default dell’Italia e i rendimenti sul titoli del debito pubblico di paesi periferici come la Grecia si allontanano ulteriormente dal benchmark tedesco. Vuol dire che i “fondamentali” si stanno deteriorando?

Le stime di deficit dei paesi Ue – nota il Ft – sono triplicate dal 2,8% del 2008 al 6,9% di quest’anno; per il 2010 la stima è del 7,5%. La solidarietà Ue sarà messa alla prova, prevede il Financial Times. Aumenta la preoccupazione per le conseguenze degli squilibri finanziari tra la Germania e altri paesi del Nord europeo, che hanno surplus finanziari, e i paesi con ampi deficit, in gran parte del Sud. «L’unione monetaria ha protetto i paesi deboli dell’eurozona dalle crisi valutarie, ma da quando c’è il “credit crunch” questi deficit sono diventati più difficili da finanziare».

Se nell’Europa del Sud il deficit corrente e il debito diventassero insostenibili, le banche tedesche che hanno finanziato i deficit potrebbero avere bisogno di essere soccorse, avverte Plender. In alternativa, per impedire ai paesi debitori di fare default, potrebbero cercare di risolvere il pasticcio fiscale facendo ricorso a una clausola del trattato di Maastricht che permette il sostegno finanziario a paesi dell’eurozona in difficoltà per fattori al di fuori del loro controllo. Un intervento del genere si avvicina per la Grecia. E «ci sono seri dubbi su come i paesi con deficit possono restaurare la loro competitività per aiutare a ridurre gli squilibri».

In Italia, Spagna e Grecia, stando a quanto ha stimato Goldman Sachs, il tasso di cambio reale dovrebbe scendere del 30% per ripristinare l’equilibrio. «Ma poiché la svalutazione non è un’opzione, l’aggiustamento deve avvenire attraverso mercati del lavoro inflessibili. La sgradevole questione è a quale livello di disoccupazione sarà restaurata la competitività». Ci sono aggiustamenti in atto, ma «il consumatore tedesco dovrà fare di più per sostenere i paesi con deficit. Questo non può essere dato per scontato».

L’ipotesi che l’Italia o la Germania decidano di lasciare il club non appare plausibile, secondo l’opinionista, perché «la prospettiva di svalutazione provocherebbe un prosciugamento di denaro dal sistema bancario, mentre il valore del debito e il costo del servizio del debito aumenterebbero». «Per i politici è molto più facile – continua – subappaltare la politica fiscale alla Commissione europea e dire all’elettorato che i conseguenti dolori sono colpa dei cattivi tedeschi».

I paesi con surplus di bilancio, secondo Plender, hanno più incentivi a lasciare l’eurozona, se i paesi deboli portano giù il valore dell’euro. «Ma la storia insegna che è sempre pericoloso sottovalutare l’impegno politico per l’unione monetaria».

Fino a quando, però, i contribuenti tedeschi, e non solo, sono disposti a sborsare per gli «spendaccioni» paesi del Sud? L’aggiustamento degli squilibri europei – continua il Ft – sarà lento e comporterà effetti negativi per la crescita dell’eurozona, a meno che i consumatori dell’Europa del Nord non facilitino il processo. Conclusione: i consumatori del Nord, tedeschi per primi, devono spendere, è nel loro interesse.

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