A che cosa educa l’educazione finanziaria?

6 Novembre 2019, di Redazione Wall Street Italia

di Paolo Legrenzi

L’ignoranza delle basi di economia si nutre anche di una mentalità d’altri tempi e di distorsioni emotive radicate. Paolo Legrenzi, spiega ai lettori di WSI le origini della cattiva educazione finanziaria degli italiani

L’alfabetizzazione economica degli italiani è al 63esimo posto su 148 paesi al mondo per competenza in inflazione, diversificazione e tassi di interesse. Proviamo però a rovesciare la prospettiva e mettiamoci dal punto di vista delle vicende degli italiani “non-educati”. Troveremo un lungo passato che li ha “male educati” e in cui non si parlava di educazione finanziaria.

Il passato degli italiani: case, titoli di Stato, altre case

Decenni fa gli italiani, se dotati di risorse da investire, prima si compravano la casa. Poi, arrivati altri risparmi, acquistavano titoli di stato e, se possibile, altri immobili con l’intenzione di metterli a reddito. Si trattava di una saggezza diffusa e condivisa e questo stile negli investimenti era considerato soddisfacente. Allora, in effetti, veniva in aiuto a questo tipo di scelte un persistente e forte aumento dei prezzi. Peraltro non era facile tener veramente conto delle conseguenze dell’inflazione quando si confrontavano i valori degli investimenti a distanza di ampi intervalli temporali.
Non è agevole, e quasi impossibile già con periodi brevi, bloccare la forte tendenza a ragionare servendosi dei prezzi nominali (ossia quelli con cui esprimiamo il valore delle cose nella vita di tutti i giorni). Se l’intervallo tra il momento dell’acquisto e quello della vendita è molto lungo, come spesso avviene nel caso degli immobili, allora il computo del valore reale diventa pressoché impossibile perché bisognerebbe, a distanza di tempo, fare il rapporto tra un prezzo di un bene, come l’immobile in questione, e quello degli altri beni e servizi. Un computo che appare difficile, astruso, e comunque trascurato dai più.

Il mondo è cambiato…

Oggi quasi quattro quinti delle famiglie italiane hanno almeno un immobile in cui vivono. Solo quando i figli, usciti di casa, lo erediteranno, essendo andati a lavorare lontano, sarà forse venduto. E tuttavia il prezzo d’acquisto iniziale sarà stato per allora dimenticato e considerato comunque irrilevante.
Di conseguenza l’immobile è la miglior forma di allocazione del risparmio se desideriamo la tranquillità d’animo del risparmiatore. Per la verità le case d’abitazione degli italiani in questo secolo hanno nel complesso perso valore e forse non raggiungeranno per molto tempo i prezzi “reali” del passato. Inoltre gli indici di natalità nel nostro paese sono bassi, molto bassi, superati solo dai tassi negativi del Giappone (dove appunto gli immobili perdono valore da quasi trent’anni). E per acquistare valore e produrre reddito gli immobili devono finire per essere abitati e servire a qualcosa.

…gli italiani non ancora…

Sembrano tutte storie lontane, ma la loro eco non si è spenta ancor oggi. Il grande economista Keynes era solito ricordare che gli uomini d’affari quando affermano di decidere usando intuito e buon senso, pur dichiarandosi digiuni d’economia, spesso riecheggiano, a loro insaputa, teorie e pensieri delle generazioni che li hanno preceduti. Oggi non è raro sentire frasi come: “Ho un ottimo rapporto col denaro. Per uno cresciuto in una famiglia che doveva farci molta attenzione è piacevole non dover guardare il menù di un ristorante prima di entrare” oppure “Non so investire, quindi compro case”.
Parole rivelatrici di tempi lontani. Ma anche di una mentalità che resiste ancor oggi. In queste risposte sembrano condensati i seguenti presupposti:
– non c’è nulla di male nel non saper investire,
– se una persona non sa investire, e ne è consapevole, può sempre cavarsela acquistando case,
– l’importante è avere soldi per le spese correnti, come per esempio quando si va al ristorante, senza essere costretti a dover guardare i prezzi come un tempo.L’altra implicazione è che un alto reddito sia funzionale alle spese correnti.
Assunzione valida, a prima vista. Purtroppo lo Stato italiano si sta ritirando dalle generosità di un tempo in materia di previdenza, sanità e di altri servizi alla persona e alla famiglia. Non sarebbe male destinare parte delle risorse a un futuro lontano ma forse precario sul piano personale.
Sappiamo che lo Stato sarà indebitato per molto tempo e che dovrà onorare tale debito. Dovremmo rivolgerci a un esperto preparato e onesto che prenda in considerazione il futuro e faccia i nostri interessi oltre che, moderatamente, quelli suoi e quelli dell’ente da cui dipende. Su questo punto c’è purtroppo ancora molta diffidenza.

…e si sono persi l’espansione economica

Diventa così meno misterioso il motivo per cui meno del 3% delle famiglie italiane ha fruito dell’espansione economica – che ormai dura da 124 mesi – e dei conseguenti benefici sui mercati azionari statunitensi, guida nel mondo attuale. Perché ha ignorato e non ha approfittato della crescita dei mercati azionari? Il motivo è che l’andamento di questi ultimi fa paura, grazie anche ai media che enfatizzano le perdite e danno per scontati i guadagni non menzionandoli quasi mai.
E così, nel rumore continuo e confuso delle notizie per lo più negative che si susseguono sui cosiddetti “social”, le tendenze fondamentali non affiorano dal baccano delle notizie. Sono quindi ignorate dai più, soprattutto da coloro che si affidano – e ancor oggi sono la maggioranza – al “fai da te”. Si tratta di persone, in buona fede, che non prendono in considerazione la consulenza perché, semplicemente, non pensano di averne bisogno. Siamo vulnerabili dall’ignoranza proprio perché si tratta di nozioni considerate semplici. Basterebbe dedicare un po’ di tempo a una lettura di un manualetto esplicativo.
In conclusione la maleducazione finanziaria va oltre l’ignoranza delle basi di economia e finanza perché si nutre di una mentalità, di un insieme di distorsioni cognitive e, soprattutto, emotive che ritroviamo in altri campi e che sono assai radicate.

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di novembre del magazine Wall Street Italia.