di James Butterfill Head of Research di CoinShares

Bitcoin resiste alle pressioni macro: resilienza, Fed restrittiva e primi segnali di svolta

L’escalation del conflitto con l’Iran e il rinnovato rischio di un aumento dei prezzi del petrolio e dell’inflazione non hanno scalfito Bitcoin, che, al contrario, ha mostrato una resilienza sorprendente. Dopo aver toccato i $57.000, l’asset ha attirato un forte interesse in acquisto su quei livelli e diversi indicatori tecnici iniziano ora a suggerire che il ciclo ribassista potrebbe aver raggiunto un minimo. Anche gli indicatori di forza relativa si trovano su livelli estremamente depressi, mentre l’evoluzione dei prezzi appare più costruttiva. Non si tratta ancora di un segnale che anticipa un imminente rialzo, ma di una serie di indicazioni che meritano attenzione.

Otto settimane di deflussi, poi i primi segnali di inversione

I fondi d’investimento in asset digitali hanno registrato otto settimane consecutive di deflussi, per un totale di circa $8 miliardi: la fase di uscite più prolungata mai osservata. Il picco settimanale è stato pari a $2,6 miliardi nella settimana del 25 febbraio. In termini proporzionali, l’entità dei deflussi è paragonabile a quella del mercato ribassista del 2018, quando però il patrimonio complessivo gestito era di appena $2 miliardi. Il fatto che oggi si osservino movimenti di analoga intensità in un mercato molto più grande testimonia la portata del recente processo di riequilibrio.

Il dato più incoraggiante arriva però dagli ultimi giorni: da giovedì scorso si sono registrate tre sedute consecutive di afflussi, per circa $600 milioni complessivi a livello globale. È ancora presto per parlare di inversione strutturale, ma il movimento suggerisce che la pressione di vendita potrebbe essersi esaurita.

Fed ancora in fase restrittiva

Il primo meeting del FOMC sotto la guida di Kevin Warsh ha prodotto una comunicazione estremamente limitata, rendendo particolarmente rilevante la successiva pubblicazione dei verbali della riunione. Il messaggio che emerge è moderatamente restrittivo: la Federal Reserve continua a sottolineare la solidità dell’economia americana e il mercato attribuisce oggi circa il 50% di probabilità a un rialzo dei tassi nella riunione di settembre.

Paradossalmente, dopo la pubblicazione dei verbali le aspettative sui tassi si sono leggermente ridotte, una divergenza che appare poco coerente con il tono della banca centrale. Al di là di questa apparente contraddizione, il quadro rimane invariato: la Fed mantiene un orientamento restrittivo che continua a rappresentare un fattore di pressione per Bitcoin.

Nel frattempo, il contesto macroeconomico e geopolitico ha sostituito le dinamiche legate ai grandi investitori, whales, come principale driver dei prezzi. Le vendite da parte delle whales sembrano essersi fermate, ma storicamente questi operatori tendono a tornare ad accumulare solo in prossimità del successivo halving, previsto nel 2028. È quindi improbabile che possano fornire un sostegno significativo ai prezzi nel breve periodo.

Strategy: conta più il sentiment delle vendite

Molti investitori continuano a interrogarsi sull’eventuale rischio sistemico rappresentato dalla posizione in Bitcoin detenuta da Strategy. A nostro avviso, tale preoccupazione appare eccessiva: detenere circa il 4% dell’offerta complessiva di Bitcoin non è sufficiente, da solo, a provocare uno squilibrio strutturale del mercato.

L’aspetto realmente interessante riguarda invece il cambiamento nel sentiment degli investitori. All’inizio di giugno, la vendita di appena 32 Bitcoin da parte di Michael Saylor — noto per aver dichiarato in passato che avrebbe preferito vendere un rene piuttosto che i propri Bitcoin — ha coinciso con un ribasso del prezzo del 17,6%. Non è stato il volume della vendita a pesare sul mercato, quanto il segnale psicologico trasmesso agli investitori.

Nelle due settimane successive, Strategy ha invece venduto circa 3.500 Bitcoin, mentre il prezzo dell’asset è salito del 4,5%. Il mercato sta quindi progressivamente assorbendo questo tipo di operazioni e l’effetto emotivo delle vendite da parte della società sembra destinato a ridursi sempre di più.

Clarity Act: il tempo stringe

Prima della pausa estiva del Congresso statunitense restano circa tre settimane effettive di attività legislativa e le probabilità di approvazione del Clarity Act entro il 2026, secondo Polymarket, sono scese al 48%. A rallentare il percorso del provvedimento hanno contribuito le difficoltà nel raggiungere un accordo bipartisan sulle questioni etiche legate a Trump Coin e, più in generale, al fenomeno delle meme coin.

Il caso Trump Coin continua inoltre ad alimentare il dibattito pubblico. Secondo alcune stime, gli investitori retail avrebbero subito perdite per circa $3 miliardi, mentre Donald Trump avrebbe realizzato profitti per circa $600 milioni. Una dinamica che rischia di compromettere la credibilità istituzionale dell’intero settore e di rendere ancora più complesso l’iter legislativo.

Pur restando sostenitori determinati del provvedimento, il quadro appare oggi meno favorevole rispetto a poche settimane fa. Se in passato lo scetticismo sull’approvazione del disegno di legge si è rivelato eccessivo, oggi è opportuno mantenere prudenza: le probabilità di successo si sono ridotte e il tempo a disposizione del Congresso è ormai limitato.