di Hendrik Leber Fondatore e AD di ACATIS

Guerre, petrolio e quotazioni: gli shock geopolitici scuotono i mercati

I conflitti militari tra Stati Uniti, Israele e Iran tengono attualmente con il fiato sospeso l‘opinione pubblica mondiale e i mercati finanziari globali. In questo contesto, la dimensione politica rappresenta solo un lato della medaglia. Al di là dei dibattiti nei talk show tedeschi sull’inquadramento giuridico degli attacchi in base al diritto internazionale, si può constatare che si tratta di un momento di liberazione: un regime cleptocratico e repressivo, che operava sotto il manto di una religione apparentemente pacifica, è stato rovesciato.
La popolazione iraniana aveva richiamato in patria l‘ayatollah Khomeini nel 1979, sebbene egli rappresentasse già allora una forma di governo arcaica. Ne sono seguiti quasi cinquant‘anni di privazione della libertà, fino all‘uccisione del suo successore. C‘è da augurarsi che gli Stati Uniti perseguano un piano sostenibile per il periodo successivo al rovesciamento, anche se al momento ci sono pochi segnali in tal senso. Appare inoltre degna di nota l‘impotenza della Russia, che non è riuscita a mostrare una forza significativa né in Siria, né in Venezuela, né in Iran e nemmeno in Ucraina. Nella competizione globale tra le grandi potenze assistiamo attualmente al declino della Russia e alla contemporanea ascesa della Cina.
Questo rappresenta l‘effetto reale e di lungo termine dell‘attacco all‘Iran. Ma cosa significa questa evoluzione a breve e medio termine per i mercati finanziari? Da un punto di vista puramente economico, le ripercussioni sono contenute. Una parte dell‘approvvigionamento globale di petrolio e gas è certamente bloccata, ma si tratta verosimilmente di un effetto transitorio. Una volta conclusa la prima fase del confronto militare, i trasporti riprenderanno presumibilmente. Qualora gli Stati Uniti dovessero inoltre occupare l‘isola di Kharg (che funge da terminale petrolifero e del gas iraniano), l‘approvvigionamento energetico per l‘Occidente sarebbe rapidamente ristabilito. Attualmente i blocchi provocano un aumento dei prezzi delle materie prime, il che accelera l‘inflazione e indebolisce i consumi, ma genera al contempo profitti straordinari per le compagnie petrolifere. A lungo termine, questo conflitto costringe le nazioni industrializzate occidentali a rendere il proprio approvvigionamento energetico ancora più indipendente da regioni politicamente instabili.
Mentre l‘industria della difesa è in forte espansione grazie alla necessità di ricostituire le scorte, settori come la chimica, il turismo e l‘aviazione soffrono a causa dell‘incertezza. Persino gli Emirati Arabi Uniti, a lungo considerati la “Svizzera del Medio Oriente”, quindi un porto sicuro per investitori e viaggiatori, perdono attrattività. Non sorprende che in tempi di crisi gli investitori cerchino rifugio nell‘oro o nel dollaro statunitense, mentre i titoli di Stato tedeschi hanno perso questo ruolo. Anche il Bitcoin si è dimostrato in questa fase un‘ancora di stabilità nelle crisi. Abbiamo tenuto conto di queste dinamiche nelle nostre strategie: le posizioni in Bitcoin nel fondo ACATIS Datini Valueflex, i titoli delle società produttrici di oro nel fondo ACATIS Value Event, nonché le coperture contro l’inflazione nel nostro fondo globale, l’ACATIS Aktien Global; tutti elementi che hanno contribuito a stabilizzare i portafogli.
Da un punto di vista storico, i mercati azionari tendono a stabilizzarsi da tre a sei mesi dopo lo scoppio di un conflitto, a condizione che l‘approvvigionamento petrolifero mondiale non venga interrotto in modo permanente. Le statistiche relative all‘S&P 500 dal 1941 lo dimostrano in modo eloquente. Gli shock geopolitici comportano in media un ribasso temporaneo di circa il 5,0 percento. Il mercato raggiunge il suo minimo locale mediamente dopo 18-22 giorni di negoziazione, e il ritorno al livello di quotazione precedente all‘evento avviene di norma dopo 39-45 giorni di negoziazione. In circa il 70 percento dei casi, i mercati quotano dodici mesi dopo lo scoppio di un conflitto addirittura più in alto di prima, con un rendimento medio nell‘ordine delle alte cifre singole percentuali.