Mercati

Petrolio al galoppo: Wti sfonda il muro degli 80 dollari

Il petrolio resta al centro della tensione sui mercati energetici globali. Dopo aver superato giovedì la soglia degli 80 dollari al barile – livello più alto da oltre un anno – le quotazioni hanno avviato oggi un parziale ritracciamento nelle prime contrattazioni asiatiche, dopo il forte rally legato all’escalation militare in Medio Oriente.

Il West Texas Intermediate (WTI) ha ceduto l’1,98% a 79,44 dollari al barile, dopo il balzo dell’8,5% registrato nella seduta precedente, che aveva portato il contratto a chiudere a 81,01 dollari al barile al Nymex. Il movimento arriva dopo una settimana di forti rialzi: il greggio statunitense ha guadagnato circa il 21% negli ultimi giorni.

Il Brent di riferimento internazionale per maggio era invece salito giovedì del 4,93% a 85,41 dollari al barile, raggiungendo così i livelli più elevati dalla scorsa estate.

Attacchi alle petroliere e Hormuz paralizzato

A sostenere il rally delle quotazioni sono stati i timori per la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico. Secondo i media statali iraniani, Teheran avrebbe colpito con un missile una petroliera, mentre i Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, minacciando attacchi alle navi in transito.

Nel frattempo il traffico di petroliere attraverso Hormuz – passaggio obbligato per circa il 20% del consumo globale di petrolio – si è praticamente fermato da quando è iniziata l’offensiva statunitense e israeliana contro l’Iran. Molti armatori stanno evitando la rotta per l’elevato rischio di sicurezza.

Il mercato prezza un rischio più duraturo

Per gli analisti delle materie prime il mercato sta progressivamente passando da una logica di shock temporaneo dell’offerta a una di rischio più strutturale. In altre parole, il prezzo del petrolio inizia a incorporare la possibilità che le tensioni nel Golfo si protraggano nel tempo.

“Il petrolio non è solo una commodity, è un asset di fiducia”, osserva Stephen Innes di SPI Asset Management. “Quando i trader vedono le petroliere diventare bersagli diretti, la fiducia inizia a incrinarsi»”

Le operazioni militari nella regione e i nuovi attacchi contro infrastrutture e navi commerciali alimentano l’incertezza sulla durata delle interruzioni delle forniture globali.

Effetti già visibili sui prezzi della benzina

Nel frattempo, il rialzo del greggio sta iniziando a riflettersi anche sui carburanti. La benzina, ieri, ha superato di slancio quota 1,7 euro al litro in media nazionale self service, il gasolio invece si è attestato sopra 1,8 euro al litro. Il prezzo del gasolio è al massimo da oltre due anni, dal 4 marzo 2024, la benzina al livello più alto da tre mesi, dal 5 dicembre 2025.

L’amministrazione americana sta intanto cercando di rassicurare il mercato e gli operatori del trasporto marittimo. Il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti offriranno coperture assicurative contro il rischio politico alle petroliere che attraversano Hormuz e che la Marina americana potrebbe scortare le navi nel Golfo Persico se necessario.

Non esiste però ancora una tempistica per il ritorno alla normalità. “Non voglio impegnarmi su una data”, ha dichiarato ieri la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, spiegando che la situazione viene valutata congiuntamente dal Dipartimento della Difesa e dal Dipartimento dell’Energia.

Finché il principale corridoio petrolifero del mondo resterà sotto minaccia, avvertono gli operatori, il mercato continuerà a incorporare un premio geopolitico elevato nei prezzi del greggio.

Riflessi sull’economia europea

Parlando degli effetti dell’impennata dei prezzi del petrolio sull’economia europea, Kaspar Hense, Senior Portfolio Manager, Investment Grade, RBC BlueBay, ha scritto in una nota: 

“Sebbene l’impatto inflazionistico della guerra sia significativo, resta da vedere per quanto tempo i prezzi del gas e del petrolio rimarranno elevati. È ancora troppo presto per dirlo e sarà troppo presto per saperlo entro il 19 marzo, quando si riunirà la BCE. Anche se i prezzi del petrolio e del gas dovessero rimanere elevati, spingendo l’inflazione al rialzo – inflazione che avrebbe dovuto scendere al di sotto dell’obiettivo per poi risalire sopra il 2% – è improbabile che la BCE aumenti i tassi per il resto dell’anno. Lo shock energetico avrà molto probabilmente un impatto negativo sulla crescita, in particolare per la Germania, che dovrebbe essere il motore della crescita nella regione quest’anno, almeno in termini di delta.”